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PRIMA DI LADY GAGADavid Bowie, l'inventore del glamAl Mad Museum di New York fino al 15 luglio una retrospettiva dedicata all'artista di Cristiana Raffa |
Tags: David Bowie, Andy Warhol, New York, MAD Museum, Lady Gaga
David Bowie disse che Andy Warhol si invaghì di lui guardandogli le scarpe, un paio di carri armati di quelli che nel 1971 Bowie indossava alternandoli ai tacchi a spillo. All'epoca Warhol aveva portato in teatro a Londra "Pork", una raccolta di conversazioni registrate in ambienti equivoci di New York: droghe, prostituzione, aborti, transessualità. Quello spettacolo influenzò enormemente il gusto per la perfomance di Bowie che, unito alla sua attitudine per la teatralità, alla passione per il mimo coltivata alla scuola di Lindsay Kemp, lo portò a definire la molteplicità identitaria come territorio privilegiato di sperimentazione. È più o meno da qui che inizia la storia di un successo senza tempo: David Bowie l'inventore del glam, attore, provocatore, musicista, affabulatore. In una parola sola Artista: così ha deciso di celebrarlo il MAD Museum - "David Bowie. Artist" - una retrospettiva fino al 15 luglio nel nuovo palazzo a Columbus Circle nel cuore di Manhattan. Interviste, fotografie, videoclip e film in una rassegna che ripercorre il rapporto tra Bowie e il cinema, alcune sono perle introvabili in dvd.
Scene che da sole inquadrano passaggi epocali, nascita di stili, come quella smaccatamente camp de L'uomo che cadde sulla terra (1976) di Nicholas Roeg, in cui Bowie, efebico e sofisticato, sviene in ascensore e viene portato in braccio da una forzuta cameriera, in un totale ribaltamento di schemi comportamentali. È proprio in questo genere di atteggiamenti che il glam e il camp si confondono prendendo la forma di "dandismo nell'era della cultura di massa" come scrisse Susan Sontag una ventina d'anni più tardi. Gli artisti come Bowie, ma sempre dopo di lui, presero le distanze dalla morale, dalla politica, dall'impegno civile che avevano caratterizzato il decennio precedente. La rappresentazione scenica della musica nei primi anni Settanta fu rivoluzionata da quel cantante con gli occhi diversi – ha una pupilla dilatata a causa di un pugno inferto dall'amico George Underwood durante una lite per una ragazza – che rese la performance un rapporto di condivisione di codici con il pubblico. Per la prima volta i fan stabilivano col performer un legame di complicità che affondava sin dentro l'intimità, che metteva in gioco l'esternazione della sessualità, soprattutto quando col cross-dressing si contestava la divisione netta tra maschile e femminile.
Sono gli anni in cui l'antropologa americana Gayle Rubin teorizzava la scissione del sesso dal genere (1975, stesso anno di The Rocky Horror Picture Show, manifesto dell'inversione sessuale irriverente, considerato un ponte tra l'estetica glam e quella punk), spiegando con l'influenza della cultura gli spazi di sovrapponibilità tra "uomo" e "donna". David Bowie ha saputo giocare con l'ambiguità come pochi altri, senza mai scadere nella volgarità, mettendo tra sé e il mondo un fossato di cristallo che ha contribuito a crearne il mito. Le sue molteplici trasformazioni – da Ziggy Stardust al Duca Bianco – il suo arrivo da un altro pianeta (Marte), un essere alieno capace di alimentare curiosità mediatica. La sua poetica polimorfa: "non abbiamo mai perso il controllo, sei faccia a faccia con l'uomo che vendette il mondo", The man who sold the world, l'ammissione di un artista che sapeva come commercializzare la sua arte, un album del 1970 ispirato dall'horror-fantasy di H.P. Lovecraft e dalle liriche di Hughes Mearns, una pietra miliare. A vestirlo era uno sconosciuto giapponese di nome Kansai Yamamoto, appena approdato a Londra. Più volte nella sua carriera lo stilista Thierry Mugler ha sostenuto di essersi ispirato a Ziggy Stardust per le sue collezioni. Successi teatrali a Broodway ne rivelarono le doti di pregevole attore, nel frattempo, anche grazie alla sua influenza, il linguaggio della musica si consolidava nella forma che conosciamo oggi: arrivarono i videoclip con le giubbe degli Abba in Waterloo e le tutine in lamè dei Queen in Bohemian Rhapsody.
Bowie si dedicò sempre più al cinema senza lasciare la vetta delle chart. Nel 1986 era in Absolute Beginners, quadro di una generazione tratto dal romanzo di Colin MacInnes e, nello stesso anno, uscì The Labyrinth in cui era l'inquietante Re dei Goblin che insinuava nella giovane protagonista il desiderio di un amore inammissibile, quasi incestuoso. Nel 1995 recitò in The Linguini Incident e poi in Basquiat di Julian Schnabel, in cui interpretava proprio Andy Warhol. Sono alcune delle tappe cinematografiche della rassegna al MAD per tutta l'estate.
E se, alle fine di questo articolo, la vostra mente fa un inevitabile salto temporale su Lady Gaga e sulla sua abilità di rimescolare tutto quello che è già stato detto e fatto - aggiungendoci dance e gusto discutibile - o sulle modelle androgine o transessuali che abbiamo visto sulle copertine negli ultimi due anni, significa come sempre che siamo immersi in un circolo di rimandi (non è un caso che oggi il direttore creativo di Thierry Mugler sia Nicola Formichetti, artefice proprio del Gaga-style) in cui nulla si crea e nulla si distrugge. In fondo Duchamp non si era travestito da Rrose Sélavy per l'obiettivo di Man Ray nel 1921? È l'entropia della cultura di massa, forse oggi frammentata o più settoriale, ma ancora dominante.
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