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Fotografia"My broken world", ferite e speranze di un mondo spezzatoUna mostra a Milano racconta il sisma del 1980 in Irpinia attraverso volti e luoghi di quella terra di Cristiana Raffa |
Tags: Milano
Solo se si conta fino a 90 si può capire quanto terribile possa essere un minuto e mezzo. Una scossa di terremoto di un minuto e mezzo è un tempo infinito se in quel tempo le montagne si squarciano e le case si accartocciano. Il 30 novembre 1980 in Irpinia quel minuto e mezzo ha fatto tutto buio, ha cancellato interi comuni a cavallo tra Campania, Calabria e Basilicata: 2998 morti, 280mila sfollati. Una tragedia a cui si sono aggiunti gli inaccettabili ritardi nei soccorsi e successivamente la vergogna della speculazione edilizia per la ricostruzione. «L'uso di 50-60 miliardi stanziati per l'Irpinia rimase un porto nelle nebbie», scrisse poi Indro Montanelli.
Un mondo rotto, che per tante persone ha fermato la vita trent'anni fa: "My broken world", una mostra fotografica curata da Irene Alison a Milano all'Openmind Gallery fino al 5 marzo, lo racconta. Le fotografe Michela Palermo e Francesca Cao del terremoto non possono avere un ricordo diretto: la prima era nata da soli sei mesi proprio in un centro colpito dal sisma, l'altra sarebbe nata molto lontano l'anno successivo. «Mia mamma mi ha partorita in casa ad aprile. All'epoca in Irpinia tanti bambini nascevano così perché non si faceva in tempo ad arrivare in ospedale, non c'erano neanche le strade - racconta Michela – Il mio paese, Bagnoli Irpino, è stato fortunatamente poco danneggiato perché il sottosuolo, in parte cavo, ha disperso le onde sismiche. Sono cresciuta tra crepe e impalcature». Dopo il liceo Michela se n'è andata, è diventata fotografa di reportage, ha vissuto a New York, in Francia, ha collezionato premi e ha deciso di tornare a casa per guardare con altri occhi la sua terra. «Per questa mostra ho fotografato paesaggi. So che può sembrare strano, ma per me l'Irpinia è questo: i boschi, gli animali, la campagna. Il terremoto lo conosco sotto forma di paura. A casa mia quando il cane si grattava forte le orecchie sotto al tavolo e lo faceva tremare nessuno diceva niente, ma sapevo che gli sguardi dei miei erano terrorizzati pensando alle scosse».
Ora l'aspetto di quei paesi è mutato e la natura intorno è l'unica cosa che è rimasta riconoscibile, per Michela. Tra i 6 dittici in formato 70x100 c'è anche la signora Ernestina, il soggetto scelto da Francesca Cao, e 40 foto d'epoca che la raccontano giovane. La signora Ernestina dimostra qualche anno in più dei suoi 66, ha vissuto gli ultimi 30 in un container col soffitto che perdeva polvere d'amianto, e niente le toglie dalla testa che questo abbia contribuito al tumore ai polmoni del marito. Francesca l'ha incontrata nel suo viaggio sui luoghi del terremoto e ha deciso di leggere la sua storia attraverso l'obiettivo: «Ho vissuto a Milano e ho studiato negli USA, per me l'Irpinia era un posto assolutamente lontano. Sono tornata in Italia l'anno del disastro in Abruzzo e ho visto coi miei occhi la tragedia. La vita delle persone che subiscono tali traumi ha iniziato a incuriosirmi, da lì l'esigenza di andare a vedere anche i luoghi del terremoto di trent'anni fa». Ha parlato e vissuto con Ernestina, ha cercato di rendersi invisibile in quella baracca che è stata la sua casa. Ha fotografato i dettagli del suo viso segnato, del corpo affaticato, delle mani invecchiate. Soltanto lo scorso dicembre Ernestina si è vista assegnare una casetta di legno, dopo una lunga lotta col sostegno di Don Vitaliano della Sala, il prete no global, che le è sempre stato vicino. Ora proverà a sentirla casa sua, traslocando i rabberciati ricordi tenuti insieme da quelle vecchie fotografie.
"My Broken World" - Galleria Openmind
Fino al 5 marzo 2011
Via Dante, 12 - Milano
www.openmindgallery.it
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