Mostre

Bernardo Bertolucci dal set al MoMA

Il museo di New York celebra il regista parmense, che nel 2011 compirà 70 anni

di Marta Casadei


«Tu non hai nome e io nemmeno. Qua dentro non ci sono nomi». Chi non ricorda questa frase pronunciata davanti alla finestra di un appartamento parigino, quello in cui Marlon Brando e Maria Schneider si incontrano, amanti sconosciuti in "Ultimo Tango a Parigi"? Il film, che Pauline Kael sul New Yorker definì «il più potente film erotico mai fatto e il più liberatorio», scatenò la censura, indignò i benpensanti e divenne uno dei capisaldi della cinematografia anni Settanta. Per ogni spettatore che abbandonò, sconvolto, la prima proiezione al Lincoln Center di New York, la fama del regista crebbe almeno del doppio. Lui, Bernardo Bertolucci, nato a Parma nel 1941 e arrivato al grande schermo grazie ad un vicino di casa visionario e geniale che risponde al nome di Pier Paolo Pasolini, pare fosse ancora dubbioso: «Ero perplesso – ha confidato in un'intervista-documentario – e mi chiedevo: "ma chi andrà a vedere questo film su quest'uomo disperato e depresso?". Avevo 31 anni e Brando mi sembrava vecchissimo». Davanti a quel che accadde poi si stupì, ma fino a un certo punto: «In quell'occasione si è realizzata la mia idea di cinema – ha detto nel documentario – perchè il film ha preso la propria strada, staccandosi dalle intenzioni del regista».

Da New York, dove è scoppiato il successo di Bertolucci, si torna a New York, dove a quasi quarant'anni dall'uscita di "Ultimo Tango a Parigi", il regista italiano è celebrato a tutto tondo. Questa volta al Museum of Modern Art, dove viene ripercorsa la sua intera – o quasi – carriera nella retrospettiva "Bernardo Bertolucci": fino al 12 gennaio, in collaborazione con l'Istituto Luce, il MoMA presenta venti capolavori di Bertolucci rimasterizzati. Film più e meno noti: dai primi lungometraggi ai kolossal "L'ultimo imperatore" (1987) e "Il piccolo Buddha" (1993) nei quali il regista esplora l'estremo oriente e la sua tradizione culturale, religiosa e politica sbancando, nel primo caso, gli Academy Awards. E spostando l'attenzione sulla Cina, molto prima che il paese della Grande Muraglia si imponesse come potenza economica e diventasse meta turistica. Nei suoi film Bertolucci – autore della maggior parte delle sceneggiature – ha sempre legato una o più storie individuali al contesto storico, senza sottovalutare nè la dimensione umana nè ciò che le sta intorno: non fa eccezione "The Dreamers" (2003), che racconta il rapporto morboso tra due fratelli, spezzato dall'ingresso di un terzo elemento nel menage. Sullo sfondo, la Parigi del Sessantotto che, pur rimanendo chiusa fuori dalle finestre, non passa inosservata.

Sebbene a segnare il debutto di Bertolucci dietro la macchina da presa sia stato "La commare secca", con la sceneggiatura di Pasolini, ad aprire la retrospettiva sarà "Il conformista" (1970): il film con Stefania Sandrelli e Jean-Louis Trintignant, tratto dal romanzo di Alberto Moravia, era stato presentato al Festival di Berlino per poi ottenere una nomination ai Golden Globes come miglior film straniero e una agli Oscar come Migliore sceneggiatura non originale. Ma non è tutto: la regia del Conformista ha influenzato grandi nomi del cinema americano come Martin Scorsese e Steven Spielberg. Un cameo interessante sarà la proiezione di un documentario, uno dei pochi che Bertolucci ha diretto: "La via del petrolio" nasce nel 1967 come film-inchiesta per la televisione. Restaurato da Eni in collaborazione con Cineteca Nazionale viene ripresentato in una cornice prestigiosa, la Mostra del Cinema di Venezia, nel 2007. Troverà spazio un altro documentario importante, "Bertolucci secondo il cinema" girato da Gianni Amelio nel 1976 sul set di "Novecento": tra immagini rubate, backstage e interviste al cast stellare del film - Robert De Niro, Gérard Depardieu, Sterling Hayden, Burt Lancaster, Donald Sutherland e Alida Valli – offre un altro punto di vista sul lavoro del grande regista.

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