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IN MOSTRAAnish Kapoor dalle originia oggi Al Guggenheim di Bilbao la personale dell'artista anglo-indiano racconta la complessa evoluzione delle sua opera di Valentina Ciuffi |
Tags: Anish Kapoor, Guggenheim, Bilbao
Adesso si chiama "Greyman Cries, Shaman Dies, Billowing Smoke, Beauty Evoked". In origine si chiamava, schiettamente, "Between shit and architecture". È il più recente gruppo di lavori di Anish Kapoor, e occupa una grande sala nella personale dedicata all'artista anglo-indiano dal Guggenheim di Bilbao. Il titolo originario – letteralmente vicino alle forme in cemento messe in scena dall'artista –, è emblematico di una nuova forza, un dichiarato moto violento, che percorre le opere realizzate negli ultimi anni.
Ma la mostra al Guggenheim, impeccabile dal punto di vista didattico (forse a tratti fin troppo didattica) ha innanzitutto il pregio di allestire un percorso espositivo capace di connettere i primi lavori a quelli più recenti, e in apparenza così distanti dagli esordi.
Dalle primissime sculture di pigmento – che resero noto Kapoor nei ‘90 – l'intento era di produrre lavori che sembrassero autogenerarsi, in cui il gesto creativo dell'artista risultasse invisibile: quei cumuli di puro colore dovevano nascere dai muri, o dal pavimento, e apparire spontanei, come se nessuno li avesse realizzati.
Questa volontà di celare l'autore, produrre opere che non ne portano traccia alcuna, riguarda tutta l'opera di Kapoor, dai suoi lucidissimi specchi alteranti, ai suoi infiniti buchi di colore dentro le pietre. Oggi, semplicemente, tutto questo si fa più esplicito e prende forme meno aggraziate: l'artista è sostituito fisicamente da macchine presenti in mostra – come il cannone di "Shooting the Corner" che spara contro un angolo proiettili enormi di vaselina rosso sangue – o da macchine che non sono in scena ma hanno realizzato opere al suo posto – come quelle che arrotolano grosse "corde" di cemento a formare le ultime, ambigue sculture.
Forse chi ha amato perdersi nei colori senza fondo di Kapoor o tentato di ascoltare l'aria attraverso le sue gigantesche ‘trombe' rosse, fatica ad abituarsi a una violenza che si fa esplicita, rumorosa come gli spari, odorosa e sensuale come montagne di vaselina. Ma al di sotto questo spostamento formale, il suo lavoro, o meglio quel che lo guida non sembra essere cambiato. «Con la mia opera - dice Kapoor - non tento di lanciare messaggi con una direzione precisa, facilmente decifrabili, non cerco di veicolare le mie idee. Procedo, piuttosto, cercando di generare sensazioni, spaesamenti percettivi, che porteranno a ognuno, diversi, magari insospettabili significati».
Se il riferimento sessuale o l'allusione a qualcosa di disgustoso non erano mai stati così insistiti, questi continuano ad essere sprigionati da oggetti che agiscono in maniera imprevedibile interagendo con il sistema sensoriale di chi li incontra. Psicanalizzato da quindici anni senza farne alcun mistero, anzi felice di raccontare l'importanza di questo strumento di autoanalisi, Kapoor non smette produrre arte capace di indurre a riflessioni profonde che partono dalla pancia. Piacciano o meno, i suoi ultimi lavori, dimostrano, tra l'altro, la volontà di continuare a farlo senza paura di abbandonare forme e linguaggi del suo passato, a dispetto del loro collaudato successo. E non è cosa di tutti gli artisti…
Anish Kapoor (Guggenheim Bilbao)
fino al 12 ottobre 2010
http://www.guggenheim-bilbao.es/
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