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MostreGli artisti giocanoa riempire la chiocciola del Guggenheim Nebbia rossa o acquario? Le soluzioni fantastiche per festeggiare i 50 anni del museo di Cristiana Raffa |
Tags: Guggenheim, New York, Frank Lloyd Wright, Zaha Hadid, Terunobo Fujimori, Anish Kapoor, museo, ecologia
Dissacrare un'opera d'arte è il modo migliore per celebrarla. È questo che fa il Guggenheim di New York per continuare i festeggiamenti per i suoi primi 50 anni. La chiocciola rovesciata di Frank Lloyd Wright è uno dei più amati e rappresentativi gioielli architettonici del secolo scorso, un edificio-feticcio, un tempio dell'arte in cui il profano diventa sacro per volere di chi aggancia e indirizza i bisogni del pubblico. Chiunque abbia avuto la fortuna di visitarlo, dal giorno dell'apertura il 21 ottobre 1959 fino a oggi, è rimasto attonito col naso all'insù al centro della base della rampa avvitata che si allarga in salita, contemplando il vuoto di quella che tutti chiamano la rotunda.
"Contemplating the void" è l'azzeccato titolo di una mostra di progetti inviati da 193 artisti, designer e studi di architettura di tutto il mondo, per riempire quel vuoto spaziale e simbolico che è la spina dorsale dell'edificio. Uno spazio che era nato per ospitare non-objective art, di cui Solomon Guggenheim era stato grande collezionista, un museo che prese le sembianze di un guscio scavato, una torre di babele al contrario dove più che un rapporto tra vuoti e pieni, si realizzava un bilanciamento tra l'assenza e i suoi contorni circolari.
I lavori esposti sono illustrazioni, fotografie e composizioni multimediali, propongono interventi onirici, rappresentazioni artistiche legate a diverse tematiche: dal disastro aereo con una carlinga a grandezza naturale conficcata completamente all'interno della rotunda, alla catastrofe climatica di un allagamento totale dell'edificio con tanto di pesci che nuotano in un Guggenheim-acquario, passando per evoluzioni urbanistiche talmente insidiose da mischiare ai piani del museo parti di strutture abitative. Vito Acconci l'ha immaginato come la casa di un ragno gigante che ha tessuto la sua tela intricata intrappolando i visitatori come prede, Zaha Hadid l'ha ferito trapassandolo con lame sinuose, il giapponese Terunobo Fujimori l'ha sollevato come un'isola nel cielo a mo' di pianta dai fagioli magici, Fuksas ne ha fatto un collage di fiori che sbocceranno. Chi ha paura di un buco, chi ne è perdutamente attratto. Anish Kapoor l'ha invaso con una nebbia rossa, nube tossica o polvere magica, di sicuro un capolavoro per l'impatto visivo che restituisce.
Una mostra che estremizza l'idea di museo come luogo di sperimentazione, una tendenza che negli ultimi anni ha scardinato il concetto di casa dell'arte come contenitore sterile. Il museo è diventato dunque un teatro da allestire, sovvertire, aprire e chiudere, comporre e sezionare, un circo di rocambolesche attrazioni. Nel futuro in cui ormai siamo immersi c'è una smania di eccesso per la quale la definizione "neobarocco contemporaneo" è stata già ampiamente superata. Tra ecologia e futurologia, calviniane città invisibili diventano reali più che realistiche. Una mostra di cui la curatrice Nancy Spector va particolarmente fiera: in un colpo solo è riuscita a organizzare un evento dai costi praticamente nulli e opere donate dagli artisti tutte all'asta lo scorso 4 marzo, anche se non è dato sapere quanto il museo abbia realizzato dalla vendita: a domanda diretta rispondono che non sono dati pubblici. Operazioni come queste sono un modo per rimpinguare le casse della fondazione in periodi di magra (il Guggenheim è uno dei musei che attua la politica democratica e anticrisi del "pay as you wish" in alcuni giorni della settimana), tenendo alto il livello qualitativo con una proposta di contenuti simbolicamente forti, perfettamente connessi al senso più alto di un intervento artistico tra provocazioni e riflessioni. Se l'arte è, come diceva Pablo Picasso, una bugia che ci fa realizzare la verità.
Fino al 28 Aprile 2010
Solomon R. Guggenheim Museum - New York
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