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MOSTRAVisioni dal baroccocontemporaneo Da Hirst a Cattelan, tante opere in cui si intrecciano arte, scienza, fede e tecnologia in una collettiva al Madre di Napoli di Irene Alison |
Tags: Damien Hirst, Madre, Napoli, Barock, Barney, Cattelan, Anish Kapoor, Jeff Koons
Lo squalo bianco sembra poter sferrare all'improvviso un colpo di pinna, frantumando la teca di vetro in cui nuota nella formaldeide. E questo è solo l'inizio. "Heaven - 2008" di Damien Hirst è la prima delle immaginifiche e apocalittiche visioni del barocco contemporaneo che animano le sale del Madre di Napoli in Barock - Arte, Scienza, Fede e Tecnologia nell'Età Contemporanea, grande collettiva che il museo campano ospita fino al 5 aprile. A cura di Eduardo Cicelyn e Mario Codognato, la mostra tesse una rete di similitudini e corrispondenze tra i temi che caratterizzano la cultura di questo inizio secolo e quelli che segnarono l'immaginario e gli orizzonti del pensiero dell'epoca barocca: dalle rivoluzionarie scoperte tecnologiche che mettono in discussione le certezze acquisite, al fervore religioso che sfocia nel fondamentalismo, fino allo scontro tra civiltà che si risolve nel sangue.
Matthew Barney, Maurizio Cattelan, Gilbert & George, Damien Hirst, Anish Kapoor, Jeff Koons, Jannis Kounellis, Shirin Neshat e Cindy Sherman sono solo alcuni dei 28 artisti capaci di stirare il loro immaginario fin oltre i confini del possibile, creando icone mostruose e fantastiche, e riproducendo nelle sale del Madre un paesaggio popolato di creature dalla bellezza violenta e sensuale: delfini che volano trascinandosi dietro la propria zavorra di pentole, enormi cavalli a rotelle, navi di folli su cui si consumano massacri a misura di minuscoli soldatini, teche di insetti collezionati con l'appassionata e meticolosa crudeltà dei bambini. Come una grande ludoteca piena di enormi e inquietanti giocattoli, sensazionali proiezioni di un inconscio ipertrofico. Ma c'è un altro paesaggio che, in Barock, stupisce per la sua capacità di intercettare le tensioni del presente: quello disegnato dal fotografo Antonio Biasiucci nella prima sala espositiva della mostra.
È l'altra metà del barocco contemporaneo, quella sotterranea e oscura, quasi un controcampo dell'esplosione di forme, colori e sensazioni prodotta dalle altre opere esposte. "Molti", l'installazione di Biasiucci, è infatti dedicata ai nuovi schiavi, ai migranti naufraghi il cui viaggio è finito sul fondo del mare, ma anche ai lavoratori di Rosarno e di Castelvolturno: «Circa un anno fa - racconta il fotografo - vidi al telegiornale le immagini dell'ennesimo naufragio di migranti nel Mediterraneo. Nelle notti seguenti, mi capitò di sognare una sala con delle bacinelle piene d'acqua sparse sul pavimento: dalla superficie dell'acqua affioravano i volti dei migranti, immobili e sereni come dei dormienti sul fondo del mare. È da questa visione, e dall'urgenza di restituire dignità e riposo a questi uomini, che nasce l'installazione». Frutto di un lavoro condotto dal fotografo al Museo Antropologico di Napoli, dove ha ritratto i calchi umani raccolti dagli antropologi in Medioriente e Nordafrica, "Molti", chiarisce Biasiucci, ha un legame storico e non formale con il barocco: «Il Seicento è stato anche il secolo dello schiavismo, della tratta di esseri umani attraverso i mari: quella a cui assistiamo oggi è una nuova forma di tratta, e i miei dormienti sono i nuovi schiavi». I loro volti, illuminati da una luce flebile che ne definisce appena i tratti, appaiono al visitatore affiorando da un nero profondo: «Il mare dove giacciono e il buio da cui emerge il loro ricordo».
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