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Subodh Gupta, la vita indiana diventa arte universale

In anteprima le immagini della monografia dedicata all'artista che uscirà a gennaio per Electa

di Daniele Perra


«Non voglio che le mie opere d'arte siano lette attraverso la mia cultura indiana. L'arte ha una sola lingua universale e io mi esprimo attraverso la lingua dell'arte». A dirlo è Subodh Gupta, oggi tra gli artisti indiani più conosciuti e apprezzati al mondo, e a raccogliere queste parole e altri aneddoti curiosi è una voluminosa monografia, formato extra-large, in uscita per Electa il prossimo gennaio. A guardare le opere di Gupta, inserite nella prima parte del volume in ordine cronologico, dagli esordi fino ai nostri giorni, è infatti subito chiara la distanza dall'esotico e da ciò che nell'arte dell'inizio degli anni Novanta rientrava nel termine di "periferico".

Biciclette stracariche di contenitori per il cibo, stoviglie, utensili da cucina, valigie sul tetto di un'automobile o su un nastro trasportatore, secchi per il latte sono oggetti di uso comune facenti parte dell'esperienza personale dell'artista che però li fa diventare sculture in acciaio scintillante, bronzo o alluminio. Quegli objets trouvés rimandano senz'altro all'attuale mutevolezza della società indiana, mantenendo quindi un carattere locale, ma una volta trasformati e decontestualizzati rappresentano in modo esteso le varie facce della globalizzazione, nelle sue problematiche sociali, economiche e culturali.
L'idea per la realizzazione del volume è partita da una mostra dal titolo There is Always Cinema, allestita nel 2008 nella Galleria Continua di San Gimignano (www.galleriacontinua.com), che è stata a sua volta il frutto di una serie di coincidenze. Tutto ha inizio quando Gupta visita la galleria e gli viene mostrata una stanza con un mucchio di spazzatura, di oggetti rimasti in quel luogo per tanti anni. Quei cimeli sono appartenuti alla storia della galleria che è stata sede di un teatro e in seguito di un cinema. L'artista è entusiasta di quella scoperta perché anche nella cittadina dell'India dove è cresciuto (Khagaul, Bihar) c'era un piccolo cinema che prima veniva usato come teatro. Quegli oggetti s'intrecciavano al passato della galleria e allo stesso tempo ai ricordi d'infanzia dell'artista e al suo trascorso di attore, prima di intraprendere la carriera di pittore e scultore. Vecchie pellicole e alcune pizze che le contenevano, un proiettore e altri oggetti impolverati sono così diventati, nelle mani dell'artista, luccicanti sculture in ottone e nichel. Perché come scrive Elio Grazioli nel testo Cibo per l'anima in volume: «Gupta lavora sull'anima delle cose, dei luoghi, di tutto ciò che può essere fuso. L'opera è questo: mostrare l'anima di un corpo, o il corpo di un'anima».

La prima occasione per ammirare le opere di Subodh Gupta è una sua mostra personale, che presenta una serie di nuove sculture e dipinti, ospitata al PinchukArtCentre di Kiev (dal 23 gennaio al 21 marzo, www.pinchukartcentre.org). Il centro d'arte fondato nel 2006 dal milionario ucraino Victor Pinchuck che ha lasciato la politica per dedicarsi esclusivamente agli affari, alle attività filantropiche e alle star dell'arte (e non solo), come Jeff Koons, Andreas Gursky e Damien Hirst, di cui possiede molte opere. La lingua universale dell'arte di cui ci parla Subodh Gupta è la lingua globale che parlano i collezionisti più importanti del mondo (François Pinault ha acquistato la sua monumentale scultura a forma di teschio fatta da centinaia di utensili che ha collocato nel 2006 fuori da Palazzo Grassi, lungo il Canal Grande a Venezia) che posseggono le sue opere e lo hanno fatto diventare in un decennio una star dell'arte contemporanea.

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