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foto d'autoreLa violenza di Gomorranegli scatti di Mario Spada A Napoli una mostra fotografica con le immagini più crude del set del film di Garrone di Irene Alison |
Tags: Mario Spada, Napoli
Gli spacciatori lì nell'angolo saranno veri oppure comparse? Quel sangue sull'asfalto sarà di un morto oppure vernice? Come girare su una giostra, mentre intorno ti scorrono le immagini del mondo vero.
È stato così, per Mario Spada. Così intenso e così disorientante, tornare nei luoghi dove nel 2004 aveva documentato, con la sua macchina fotografica, la guerra di camorra a Scampia, per raccontare gli stessi spazi, le stesse storie, accogliendo però un'altra prospettiva: quella della macchina da presa di Matteo Garrone, durante le riprese del film Gomorra.
Da questo lavoro, realizzato da Spada sul set della pellicola tratta dal libro di Roberto Saviano, nasce "Gomorra on set", una mostra (a cura di Tiziana Faraoni e Marina Vergiani, fino 24 settembre al Pan di Napoli) e un libro (128pp, 28 euro, Postcart edizioni), con testi di Roberto Saviano, Gianluca Di Feo e Angelo Turetta, che raccoglie oltre sessanta immagini scattate dal fotografo napoletano lungo l'impalpabile confine tra verità e finzione tracciato da Garrone tra i palazzoni e le edicole di Padre Pio della periferia nord di Napoli.
Spostando il suo occhio mobilissimo fuori e dentro la "scena", Spada coglie allora quegli intrecci che hanno fatto la forza del film. Mescola facce d'attori e di gente qualunque. Scenari di ordinaria desolazione cementificata, dove l'occhieggiare di un dolly serve a illuderci che è solo cinema, e messe in scena perfette, dove i cadaveri disposti ad arte creano macabre geometrie sull'asfalto. Illumina gli scatti con la luce dei riflettori e con quella naturale che, entrando di taglio da una finestra, rischiara la risata di un ragazzo, o il profilo di una donna.
Non c'è posa, non c'è fissità, non c'è la perfetta compostezza del fotografo di scena che insegue il "punto macchina". C'è il movimento della creazione - Garrone che parla con gli attori, le comparse al trucco, Toni Servillo e Gianfelice Imparato che si concentrano prima del ciack - e il movimento di un quartiere senza sosta e senza pace, che per una volta si guarda divertito allo specchio.
«Ho affrontato questo lavoro come fosse un reportage», dice Spada. Lo ha affrontato come aveva già affrontato il quartiere delle Vele qualche anno fa, per il suo "Vivere e morire a Scampia", duro diario di morti ammazzati, tossici all'ultimo stadio, gente che sogna un altrove. Con la stessa potenza e lo stesso rigore bianco e nero con cui ha raccontato i Pitbull da combattimento, gli spacciatori delle banlieues parigine, o la vita di Francesco, ragazzo dei Quartieri Spagnoli di Napoli, che dai 16 ai 21 anni ha passato fuori dalla galera 3 mesi appena. Mario Spada ha affrontato il set di Gomorra come tutte le altre tappe del suo percorso di fotografo. Camminando sul filo di vite al margine. Sempre con una specie di rabbia in corpo. Come se il mondo fosse tutto una gigantesca periferia di se stesso. Come se, dentro e fuori la scena, l'unica cosa che tenesse ancora insieme le persone, le facce, le storie, fosse il fatto che qualcuno ha il coraggio di guardarle.
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