INTERVISTA

Rinko Kawauchi: «Fotografare è come fare shopping»

La giapponese, presente al Festival di fotografia di Roma, racconta cosa si nasconde dietro l'obiettivo

di Irene Alison

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5.0
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Tags: Rinko Kawauchi, Roma



«Lo conoscete Mazinga Z? Io mi sento come lui». A guardarla da vicino - polsi di giunco, espressione smarrita, passo da elfo - Rinko Kawauchi non potrebbe essere più lontana da un robottone dei cartoni animati. Eppure, è così che la fotografa giapponese, 35 anni, racconta se stessa: «Quando scatto è come se avessi seduta nella testa un'altra piccola me, che guarda fuori e mi comanda come faceva Ryo con Mazinga».
È in questo delicato equilibrio tra un corpo che «comincia a muoversi e poi incontra l'idea» e un inconscio che, in camera oscura, viene a galla sulla superficie delle bacinelle dello sviluppo «facendomi capire perché ho scattato certe immagini», che si snoda l'intera produzione di Rinko Kawauchi. Fotografa delle piccole cose, collezionista di dettagli apparentemente inutili - semi d'anguria in un piatto, una goccia di rugiada nell'incavo di una foglia, un'ape che agonizza su un davanzale - Kawauchi ha il dono di fermare l'impalpabile sulla pellicola: un'attesa, il tempo che passa, la noia di un pomeriggio. Da Hanabi, inseguimento dell'attimo fuggente dei fuochi d'artificio (serie diventata un libro nel 2001), fino a Cui Cui, diario fotografico della sua famiglia, esposto nel 2005 alla Fondation Cartier pour l'art contemporain (e fino al 2 agosto prossimo al Palazzo delle Esposizioni di Roma nell'ambito del Festival FotoGrafia), il minimalismo lirico di Kawauchi prende forma in immagini che sviluppano i loro sensi in relazione le une con le altre. In accostamenti che, per affinità o per contrasto, lasciano trasparire significati inattesi anche dietro all'ovvietà di un fiore che sboccia o di una nuvola di passaggio.

Vita, morte, scorrere del tempo. Sono questi i temi principali della sua ispirazione?
Raramente posso dire di lavorare con un tema predefinito: fare fotografie è come fare shopping e poi riordinare tutto nei cassetti. Come cucinare, sperimentando nuove combinazioni di ingredienti. Spesso, fotografo cose che apparentemente non hanno niente a che vedere tra loro. Il processo di consapevolezza comincia in camera oscura: capisco che cosa ho cercato di cogliere e come accostare le immagini per fare emergere i significati. A volte un progetto nasce da una sensazione, come è capitato per Aila (serie realizzata nel 2004, ndr): ero al supermercato e, guardando la carne nel banco frigo, ho avuto una sensazione orribile, mortifera. Mi è venuta allora l'idea di raccontare il parto degli animali, per cogliere il momento preciso della nascita, per sentire il soffio della vita. Credo che la nostra psiche sia un iceberg, di cui la parte conscia non è che la punta: fotografare per me è un modo di calarmi nel profondo.
Cui Cui è invece il racconto di 13 anni di vita della sua famiglia, come ha cominciato?
Circa 10 anni fa mio fratello si è sposato e, guardando le foto del suo matrimonio, mi è sembrato di vedere per la prima volta la mia famiglia dall'esterno. Ho sentito che, da fotografa, dovevo raccontare quel mondo a me così vicino guardandolo, in un certo senso, oggettivamente. È un lavoro che cominciato a fare per me stessa, senza nemmeno l'intenzione di mostrarlo. Quando poi ho rintracciato un barlume di universalità in questo racconto così privato, ho deciso che poteva essere pubblicato.
La maggior parte dei suoi lavori è realizzata in formato quadrato, perché?
Nelle mie foto non c'è mai un evento, racconto il quotidiano. Per questo sento una sorta di affinità fisiologica con il 6x6: il formato quadrato consente di circoscrivere dei microcosmi che hanno il loro significato compiuto, la loro perfezione interna.

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