MADRID

Trenta anni di vita nelle fotografie d'autore

70s è una delle mostre della rassegna di PhotoEspaña: 259 artisti a confronto con il quotidiano

di Irene Alison

Rating:
3.6
Rating 3.6

Tags: Cindy Sherman, William Eggleston




Ognuno di loro sa alla perfezione dove passa il confine. Ognuno quel confine lo ha a suo modo varcato, saltato, volutamente ignorato, reinventato. Tracciandone fino a noi la linea tortuosa. Tra banalità e romanzo del quotidiano. Tra cronaca e acuta indagine dietro le forme della realtà.
Cindy Sherman, William Eggleston, Christian Boltanski, Anders Petersen, Malick Sidibé, Carlos Pazos, sono alcuni dei venti fotografi della collettiva 70s. Photography and Everyday life al centro della dodicesima edizione di PhotoEspaña (a Madrid fino al 26 luglio). 74 mostre, 259 artisti di 40 nazionalità diverse e un tema - The Everyday - che, in un festival dedicato alla fotografia e di arti visive, suona come una domanda: come e perché raccontare "il quotidiano" oggi? E cosa resta del quotidiano se ogni normalità rischia di diventare straordinaria, iconizzata in un'inquadratura televisiva o in un video su Youtube? A queste domande, i fotografi di 70s, cresciuti professionalmente in un decennio di vorticoso cambiamento della società e degli strumenti per raccontarla, sono stati i primi a cercare risposte, influenzando l'arte e la grammatica della fotografia dei trent'anni successivi. I loro scatti, 200 dei quali sono esposti a Madrid, sono il documento di un mondo in cui il quotidiano, e i linguaggi per raccontarlo, rappresentano ancora una scoperta. Un tempo nel quale c'è ancora qualcosa di cui stupirsi: magari l'intensità del colore di una lattina di coca cola impressa nella pellicola. E il valore metaforico che quella lattina improvvisamente può assumere.
Lungo l'asse di questa ricerca, e di questi stupori, si incontrano allora i giovani maliani di Malick Sidibé, in posa davanti alla macchina fotografica con i vestiti buoni: pronti a ballare e innamorarsi scaldando le notti di Bamako.
Gli album di famiglia di Christian Boltanski, piccoli monumenti alla memoria personale e collettiva. I Dorchester Days di Eugene Richards, intima cronaca di un quartiere che cambia, e di una vita, quella del fotografo, che vira dall'infanzia all'età adulta. Per qualcuno, come Cindy Sherman, il quotidiano si declina invece sulla propria pelle, si incarna attraverso i travestimenti che l'artista usa davanti all'obbiettivo: casalinghe, studenti, pensionati, tutti Bus riders, colti (o piuttosto messi in scena) nel loro costante naufragare da un punto all'altro della metropoli. Per altri, come Anders Petersen, raccontare il quotidiano significa mimetizzarsi, confondersi, perdercisi dentro. Nascondendosi tra gli amanti, gli ubriachi e le puttane che affollano il Café Lehmitz, ad Amburgo: un posto dove si può essere, come racconta Petersen, «teneri, disperati, soli. O semplicemente passare la notte guardando gli altri». E aspettando che venga l'alba di un altro giorno qualunque.

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