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fotografiaParigi, storie di ordinaria bellezza firmate EgglestonLo sguardo insolito del fotografo americano alla Fondation Cartier di Marta Casadei |
Tags: Parigi , Willam Eggleston, Fondation Cartier, Bach, Moma, New York
Amare Parigi attraverso dettagli che solo un occhio attento e allenato potrebbe cogliere: sguardi di bambini che si sfidano in un gioco; volti di anonimi passanti, ciascuno assorto nei propri pensieri; un riflesso colorato, che fa scintillare il finestrino di un'automobile. Agli affezionati estimatori della grandeur parisienne – fatta di mille luci, piramidi trasparenti, archi di trionfo come fossero un cammeo nel traffico cittadino e cattedrali gotiche dal carattere austero – la retrospettiva "Paris" firmata da Willam Eggleston, dal 4 aprile al 21 giugno alla Fondation Cartier pour l'art contemporain, suonerà come un violoncello rapportato alla Filarmonica della Scala. Con tutte le conseguenze del caso: perché, concentrandosi sul quello strumento in particolare, le variazioni del suono che saltano all'occhio sono tanto inedite quanto intense.
Eggleston adora la musica, Bach in particolare. Suona il piano fin da quando era bambino, ma di mestiere fa il fotografo e la sua interpretazione di Parigi passa per un obbiettivo e non per una partitura. I suoi scatti – cento per la precisione – sono il frutto di un lavoro durato circa tre anni e commissionato dalla stessa Fondazione Cartier dopo due felicissime avventure professionali in tandem: Déserts (2000) e Kyoto (2001). Il suo occhio è caduto sulle scene quotidiane, sugli oggetti di uso comune. Quegli stessi soggetti che, immortalati nel "suo" Tennessee, hanno costruito, scatto dopo scatto, la sua personale poetica: trovare la bellezza nell'ordinario. Che si inserisce in un più ampio concetto di "fotografia democratica" secondo cui tutto merita di essere fissato in pellicola. Che sia un angolo di un polveroso distributore di benzina alla periferia di Memphis o un semaforo rosso della Ville Lumière.
Il focus della retrospettiva è sui dettagli, a volte apparentemente anonimi, a volte nascosti. Particolari che difficilmente si considererebbero rappresentativi. E invece costituiscono proprio l' essenza dell'inatteso e diventano spunto per riflessioni non convenzionali. In primo piano, un ventaglio di colori che vestono Parigi di allegria e ne colgono l'anima vivace. E imprimono l'inconfondibile marchio di Eggleston sull'immagine. Leggenda vuole, infatti, che la sua prima retrospettiva – "William Eggleston Guide" – al Moma di New York, era il 1976, abbia segnato la legittimazione artistica della fotografia a colori. Di cui è considerato, a buon diritto, uno dei padri. Promotore del dye transfer print – una tecnica di stampa che esalta gli elementi cromatici e che,negli anni Sessanta e Settanta, non solo era poco diffusa, ma era considerata troppo costosa – ha "delegato" al colore il grado di intensità comunicativa ed emozionale dell'immagine. Un concetto che si ritrova anche nelle sue opere pittoriche, recente passione di Eggleston in mostra per la prima volta sempre alla Fondation parigina. Pitture di piccolo formato visivamente vicine all'astrattismo di Kandinsky che celebrano l'importanza del colore e il dinamismo tipico delle composizioni di Bach.
William Eggleston
Paris
Dal 4 aprile al 21 giugno 2009
Fondation Cartier pour l'art contemporain
261, boulevard Raspail 75014 Paris
www.fondation.cartier.com
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