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San ValentinoSe stanotte sono qui
di Ivan Cotroneo* per Luxury24 (illustrazione di Domenico Rosa) |
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Faccio piano, piano piano, scivolo zitto zitto senza svegliarti. Prima una gamba, poi l'altra, poi mi butto giù. Le braccia le tengo qui, fanno ancora peso sul materasso, così non ti accorgi di nulla... poi le sollevo appena, e ancora e ancora... fino a quando... Ecco. Ci siamo. Sono uscito dal letto.
Mi allontano continuando a fissarti, per vedere se ti muovi, se ti accorgi di qualcosa. Niente. Bene. Bene bene.
Dio, mi piace così tanto guardarti mentre dormi. Sei una persona completamente diversa. Anzi, non sei nemmeno una persona. Sei un piccolo animale senza casa, che è venuto a nascondersi sotto le mie lenzuola bianche. Sei un albero che se ne sta immobile nel parco di notte e non si accorge della gente che gli passa davanti. No, non sei così grande, sei una foglia,
ecco, stanotte sei una foglia abbandonata su un marciapiede, che uno quasi vorrebbe raccogliere, ma non sa dove metterla, che se la infila in tasca si spezza, e allora la guarda e non la prende più. Sei una cosa, una cosa bellissima. Sei una pietra di fiume che però respira.
Se sto troppo vicino, se rimango nel letto, finisco solo per vedere dei pezzettini di te. La fronte, e il modo in cui si stringe quella pieghetta sopra il naso quando hai degli incubi. Il piccolo neo che hai accanto all'orecchio destro, appena più in basso, che se lo fissi è proprio un tondo perfetto. Il sopracciglio scuro, che a guardarlo bene sembra un'onda nera disegnata sopra la palpebra. Sì, non dormo tanto, dormo molto meno di quello che pensi. Sto lì. Sorveglio i tuoi particolari nel sonno, per essere sicuro che non cambino all'improvviso, senza nemmeno avvisarmi. Ma poi, dopo un poco, non mi bastano più questi pezzetti di te. Sono troppo piccoli. E io ho bisogno di vederti completamente, per intero.
E' per questo che - tu non lo sai - ma ogni tanto scivolo via dal letto e mi metto qui, seduto accanto alla finestra,
sulla poltrona bianca che ti sta antipatica perché non l'abbiamo scelta insieme, e che tu ogni giorno riempi di magliette,
di camicie, di vestiti, come se volessi nasconderla.
Da qui ti vedo meglio. Anche se è buio. Anche se sono più lontano, e c'è qualche metro di distanza dal tuo corpo addormentato. Da qui ti vedo per come sei, e però anche per come ti immagino, dentro l'ombra scura che per metà ti prende.
La settimana scorsa mentre dormivi ti ho trovato una ruga nuova, vicino alla bocca, piccola piccola, di cui non ti ho parlato. Non te lo dirò, che hai questa ruga nuova. Se lo facessi, dovrei spiegarti che mi piacciono
tanto, le tue rughe nuove. Dovrei farti capire che spero di essere sempre qui, di notte, a guardarle, quando arriveranno sul serio, quando saranno tante e ti disegneranno il viso.
E' così che ci immagino, sai? Noi due in una casa, questa o un'altra non importa, ed è mattina, e fuori piove e noi siamo seduti sul divano. Io ho un libro in mano che avrei sempre dovuto leggere e che non ho mai letto. I tuoi piedi mi premono sulla pancia. Ogni tanto ci guardiamo, ma mai nello stesso momento. Capisco che il libro
che stai leggendo ti piace, perché in un punto torni indietro di una pagina, sorridendo appena e mormorando qualcosa che capisci solo tu. Poi, in questa mattina che verrà tra tanti anni, qualcuno busserà alla porta e noi ci guarderemo da un lato all'altro del divano, e penseremo: forse è il postino, o un amico, o una consegna, o il portiere o il giudizio universale, insomma bisogna proprio andare, e con gli occhi e il mento ci diremo: mi alzo io o ti alzi tu? Ma non ci alzeremo, nemmeno quando continueranno a bussare. Noi resteremo lì, immobili.
Dovrei spiegarti che è così che qualche mese fa ho capito di amarti. Perché ho questa fantasia di felicità: rimanere paralizzato e vecchio, su un divano sfondato insieme a te.
Se mi sentissi parlare così non mi riconosceresti nemmeno. Io per te sono quello che sta sempre zitto, che si imbarazza, che si allontana con una scusa se per strada mi prendi la mano. Quello che certe parole gli danno fastidio. Ti ho sentito, sai, parlare al telefono con un'amica e lamentarti dei miei silenzi. Del fatto che non ti parlassi mai d'amore. Della mia freddezza.
A volte, quando mi hai detto ti amo, ho visto quel tuo sguardo negli occhi. Non che ti aspettassi che dicessi "anch'io", a nessuno di noi due piace gettarsi a rimorchio sulle parole dell'altro. No, ti ho letto negli occhi quel fondo di dispiacere perché non te lo avevo mai detto prima che parlassi tu. Prima che me lo dicessi.
Mi dispiace. E' vero. Non te l'ho mai detto. E non te lo dirò.
Ho paura. Paura di dirtelo, che ti amo. A volte, perfino paura che tu possa scoprirlo per conto tuo, leggermelo negli occhi. Trovare il mio amore per te in un gesto scemo. Scovarlo nel modo distratto in cui ti passo la bottiglia d'acqua quando siamo a tavola. Capirlo dal fatto che la mattina ci laviamo insieme nel bagno, e io non stacco lo sguardo dalla tua bocca piena di dentifricio. Mi vorresti ancora, se mi scoprissi così piccolo, davanti a te? Così spaventato? Ti fideresti ancora di me, se vedessi la mia mano che trema?
Perché, il fatto è questo, se ti dicessi che ti amo, dovrei dirti anche che ho così tanta paura di te. Così tanta paura che mi manca il fiato, che la mattina, quando mi sveglio, insieme alla felicità sento anche un peso sul petto che non va più via.
Ti vedo respirare adesso nel buio della stanza, il lenzuolo che si alza e si abbassa piano, sei un'ombra nel buio e mi spaventi ancora di più. Mi fai paura per quello che puoi farmi, e allora sei un mostro terribile, sei gli scogli per il marinaio. Mi fai paura per quello che invece può succedere a te, e allora diventi la cosa più delicata del mondo, un pacco su cui non bastano
mille scritte 'maneggiare con cura'.
Forse è da questo che si misura l'amore. Dalle paure che tu hai fatto nascere. La paura di perderti, la paura che possa succederti qualcosa, la paura che tu possa farti male.
Da bambini, alla scuola media, avevamo studiato il sistema cardiovascolare, e io da allora mi addormentavo ogni notte sentendo il cuore che mi batteva forte in petto, ed ero pieno di paura perché pensavo: e se improvvisamente adesso questo qui si fermasse? Se decidesse di non battere più? In fondo è solo un muscolo, per di più involontario, perché non potrebbe fermarsi e smettere di battere in questo preciso momento, solo perché non gli va più? Ora ho paura che sia il tuo, di cuore, a smettere di battere. Paura che tu possa fermarti all'improvviso. Stai camminando e tac. Come un orologio senza carica
. Come un'automobile, e io lì con il cofano aperto che non riesco a capire cos'è che non va.
Sei una cosa così fragile, ma ti rendi conto di quanto sei fragile? A volte ti guardo di spalle, guardo il modo in cui attraversi il mondo. Camminiamo insieme, e io mi tengo qualche passo indietro e ti osservo. Tieni la schiena dritta, non abbassi lo sguardo, sai perfino mostrare una certa sicurezza. Poi a un tratto ti giri, mi guardi da sopra la spalla con quegli occhi scuri e smarriti, e scopro che anche tu lo sai, hai capito tutto, e hai gli occhi pieni di sgomento per quello che gli altri possono farci.
Questa notte sono quasi otto mesi, te lo ricordi? Quando la mia vita si è incrociata con la tua era gennaio inoltrato, e le giornate erano così corte. Nessuno aveva voglia di uscire, nemmeno noi. Tranne quella sera, e quante volte ci siamo già chiesti, cosa sarebbe successo, se fossimo rimasti a casa, come tutti e due volevamo fare? Ci saremmo incontrati comunque, in un altro posto e in un altro tempo? No. Il nostro amore, come tutti gli amori, si regge in equilibrio faticoso sul caso, sulle coincidenze, è una
circostanza precaria su una serie di incastri e di possibilità, che potevano o non potevano accadere. Un acrobata astratto. Un cubo di rubik fatto di 'ma se invece'. Avresti voluto che il nostro incontro fosse stato più speciale? Avresti voluto qualcosa di più drammatico, di più esaltante, da raccontare agli altri e da raccontarci con comodo noi nel tempo a venire? Io no. A me va benissimo così, com'è andata, a una cena tra amici, presentazioni, scambio di saluti, un sorriso che dura un decimo di secondo più di quanto dovrebbe durare. Uguale a milioni di altri incontri. Siamo due che si amano, come tanti prima di noi, in questo momento, e dopo di noi. Le parole che usiamo per parlarci sono le stesse, i gesti sono uguali. Non abbiamo nulla di straordinario. E non è bellissimo, tutto questo? L'amore ti libera dalla fatica di dovere essere speciale a ogni costo.
Quante cose che dovrei dirti, amore mio. Ma mi fai paura. E' come soffiare la propria vita in una bottiglia e poi tapparla bene e metterla tra le onde del mare. Verranno a prenderti e a portarti via? Sei una bomba a orologeria che cammina accanto a me, una scheggia pericolosa, sottile, che se ne sta lì, vicino al cuore, che nessuna operazione chirurgica può portare via, e che forse un giorno si avvicinerà così tanto da spaccare tutto e farmi sanguinare a morte.
E' spaventoso e bellissimo dipendere così da qualcuno. Perché ci fanno credere di essere liberi e indipendenti? Perché ci raccontano che possiamo risollevarci da ogni colpo e da ogni ferita? Perché nessuno ci dice che la cosa più terribile della vita è
questa, che ci sono mancanze che potresti soffrire per sempre, e vuoti che non si riempiono, che ci sono persone dalle quali dipende tutta la tua vita? Che ci sono dolori che potrebbero non scolorire mai? E amori da cui si torna indietro solo strisciando carponi sul pavimento? Che tutto è in bilico su un filo che si spezza se si tende troppo, e non vale niente se si tende troppo poco, e l'amore, il disamore, la vita, la morte, il dolore, la felicità, sono parole che non hanno senso finché non le riempi con una faccia, finché non ci metti un gesto, una stretta al cuore, una pupilla che si stringe al sole, una fitta nella pancia
e i piedi che ti fanno male per il troppo camminare.
Da quando sei con me, guardo le altre persone in strada, e non mi sembrano più sole. Ciascuna di loro porta con sé il destino di un'altra. Guardo una ragazza che si affretta verso la metropolitana e prima che venga inghiottita là sotto, penso: se le succedesse qualcosa, adesso, in questo preciso momento, la vita di qualcun altro ne sarebbe distrutta, non esisterebbe più. Crediamo di essere liberi, di esistere solo per noi stessi, e invece siamo tutti legati. Camminiamo con il petto e le mani attaccate a dei fili colorati, e sono fili lunghi lunghi che si srotolano per tutta la città, e portano ad altri, a mariti, mogli, figli, padri, madri, fratelli, amori, amanti come siamo noi. Rompere uno di questi fili significa spezzare altre vite. Nessun gesto è un gesto singolo, niente si compie senza peccato. Nessuno è veramente solo, e il male che si fa a una persona si moltiplica sugli altri.
Ecco, come faccio a dirti che ti amo? Significherebbe dire: la mia vita è nelle tue mani, tieni, fanne quello che vuoi. E tu, la vorresti?
La vorresti, amore mio?
Respiri e non rispondi, nell'ombra. Va bene così. Tanto so cosa diresti. Perché tu sai parlare. Sai dire 'ti amo' dimenticando tutte le volte che lo hai detto prima, come se fosse un oggetto nuovo e splendente, creato apposta per me, come se fosse un regalo che nessuno ha mai avuto. Se stanotte dovesse precipitare un meteorite su questo appartamento, se un terremoto ci spazzasse tutti via, o se ecco, il cuore di uno fra noi due si fermasse (ti ho già detto che sono muscoli involontari, no?), tu non sapresti niente. E quello condannato sarei io. Dove li mettono, quelli che non sanno parlare d'amore alla persona che amano? Tra i vigliacchi, tra i paurosi, o senza attenuanti in mezzo agli assassini?
Il cielo sta diventando più chiaro, adesso. Non so che ore sono. Che fai? Ti muovi appena, come se volessi dirmi qualcosa, il tuo braccio si sposta dalla mia parte del letto... forse ti stai svegliando e io... cazzo, dovrei fare qualcosa, almeno alzarmi in piedi, correre verso la porta e farmi trovare lì, un piede sollevato come le statue che fanno finta di camminare. Potrei dirti che ero andato in cucina a prendere un bicchiere d'acqua.
Ma non mi muovo. E non ti muovi nemmeno tu, riprendi a dormire.
Penso a tutto l'amore non detto, a tutto quello che si spreca. A tutto quello che si fa finta di dire, di non provare. A questa specie di fiume di intenzioni mancate, di vorrei ma non posso, di tentativi abortiti, di mancanze, sì, soprattutto di mancanze, questo fiume di giornate morte senza dire la parola più importante, e questa paura che non ho solo io, che hanno tutte le persone che conosco, tutte tranne te, che non hai nessuna paura di dire quello che provi. E tu, che adesso non ti muovi e porti come gli inglesi il
cuore sulla manica, mi vorresti se scoprissi che sono una persona diversa da quello che credi? Mi vorresti ancora se il cuore sulla manica lo portassi io? Lo senti, tu, dietro la finestra, tutto il fiume delle parole non dette del mondo? Lo senti, com'è grande, e il rumore che fa?
Amore mio, io adesso non mi muovo. Stanotte non farò come le altre volte. Non verrò nel letto insieme a te, non ti farò credere di aver dormito per tutto il tempo tranquillo al tuo fianco. Resto qui sulla poltrona che non ti piace, affondato in mezzo alle tue magliette.
Fra poco aprirai gli occhi, e allungherai il braccio verso di me. Poi ti sveglierai di scatto, quando sentirai che non ci sono. Guarderai il cuscino, ti volterai nella stanza, cercandomi, e mi troverai qui, sveglio, in mutande, a guardarti.
Ti metterai a sedere nel letto e mi fisserai per un momento battendo le palpebre. Poi, con la tua voce di sonno, mi chiederai:
«...Ma che fai lì?»
Io per qualche secondo non ti risponderò.
Poi, prima che tu possa spaventarti, ti dirò solo:
«Non faccio niente. Sono qui, che ti amo.»
* Ivan Cotroneo è nato a Napoli il 21 febbraio 1968. Scrive per il cinema (ha lavorato con registi come Riccardo Milani, Maria Sole Tognazzi, Renato de Maria, Daniele Luchetti). Il suo ultimo romanzo è "La kryptonite nella borsa" (Bompiani). E' l'autore della serie televisiva "Tutti pazzi per amore" con la regia di Riccardo Milani in onda su Raiuno la domenica sera.
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