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intervista«Così si organizzano mostre in mezzo metro quadrato»Il curatore Massimiliano Gioni racconta il progetto della Wrong Gallery di Marta Casadei |
Tags: Wrong Gallery, Tate Modern, Pivi, Sibony, Maurizio Cattelan, Subotnick, Massimiliano Gioni, New Museum, New York, Chelsea
Cinquanta centimetri quadrati: la grandezza di una scatola o di una valigia. E neanche troppo capienti. Un microluogo da dedicare all'arte pura e semplice. Senza budget astronomici né profitti di alcun tipo. Lo spazio in questione, più unico che raro, si chiama Wrong Gallery ed è nato a Chelsea (NY) nel 2001. Nei successivi sette anni la galleria è stata, nell'ordine: sfrattata, salvata in extremis dalla Tate Modern di Londra che l'ha ospitata fino al gennaio scorso, chiusa in una scatola. Almeno per ora.
Nonostante tutto, ha dato voce, compatibilmente con le sue dimensioni poco più che essenziali, a numerosi artisti contemporanei: Martin Creed, Paola Pivi, Gedi Sibony e Peter Coffin. A fondarla è stato un trio d'eccezione: Maurizio Cattelan, eclettico artista, Ali Subotnick e Massimiliano Gioni, trentatreenne curatore del New Museum della Bowery. E' proprio lui a raccontarci quest'esperienza fuori dal comune.
Partiamo ovviamente dal principio: come è nata l'idea?
A New York sembrava che i soldi e le dimensioni delle gallerie fossero indispensabili per poter avere una voce. Abbiamo voluto sfidare le convenzioni aprendo una galleria basata solo sulla partecipazione e l'entusiasmo di artisti, amici, galleristi, fotografi.
Come mai avete deciso di chiamarla proprio Wrong Gallery?
Ce l'ha suggerito il critico e gallerista Jeffrey Deitch. Avevamo trovato il posto e stavamo cercando un nome, e Deitch ha fatto un commento che ci ha molto colpito: a New York capita spesso di sentir dire che una mostra è fantastica, ma è nel posto sbagliato. Noi abbiamo voluto essere la galleria sbagliata. E poiché non aspiravamo neanche lontanamente a comprare o a vendere ci sembrava dovessimo sbandierare i nostri errori e proclamarci solennemente wrong.
Certo, è una galleria decisamente atipica…
E'una porta a vetri che non si apre mai: non si entra, si vede tutto dalla strada. La galleria non ha fondi, non ha sponsor, non rappresenta artisti, non vende e non compra. E' priva di tutte le caratteristiche tradizionali.
Avete concretizzato quello che oggi appare un ossimoro: il connubio tra arte e no profit. E' realmente possibile secondo lei questo abbinamento?
A Chelsea ci sono circa 300 gallerie. Lottano tutte per lo spazio migliore, gli artisti migliori, i collezionisti. Noi ci siamo detti: proviamo a dire e a fare qualcosa con niente, solo per dare spazio a chi ci piace e alle nostre idee. Ci siamo riusciti. Anche se oggi l'arte è questione di prezzi da capogiro ci sono ancora molte persone che credono nel potere dell'arte di incarnare una responsabilità sociale e cercano davvero di soddisfare un bisogno di cultura e conoscenza che altrimenti sarebbe completamente perso.
La vostra idea ha avuto successo. Che cosa pensate accadrà alla Wrong Gallery in futuro?
A volte ci abbiamo rimesso di tasca nostra, ma più che altro siamo stati fortunati e siamo stati aiutati moltissimo. Credo che fosse soprattutto l'assurdità di una galleria con la porta sempre chiusa e il conto in banca sempre in rosso ad attirare le simpatie degli artisti. Non so cosa ci aspetta. Di certo sarà un futuro sbagliato..
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