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arte contemporaneaDamien Hirst lancia una sfida a critici e galleristiL'artista inglese mette all'asta buona parte dei suoi lavori degli ultimi due anni di Angela Vettese |
Tags: Damien Hirst, , Cattelan, Museion, Joseph Beuys, Andy Warhol, Prada
Damien Hirst ha organizzato un'asta in cui venderà buona parte di ciò che ha prodotto negli ultimi due anni. Lo ha fatto con l'alleanza di Sotheby's piazzando la vendita in apertura di stagione, il 15 e 16 settembre. L'asta sarà concepita come una sorta di performance dal il titolo Beautyful Inside My Head Forever. Il momento culminante sarà la vendita dell'opera The Golden Calf: un giovane toro morto, con una corona d'oro in testa e le corna ricoperte anch'esse d'oro, conservato in formaldeide. Lo stesso procedimento di quando Hirst presentò alla Biennale di Venezia del 1993 metà mucca e metà vitellino. L'artista non è nuovo a questo tipo di vendita: la usò anche il 20 ottobre 2004, dopo avere smontato il ristorante Pharmacy che aveva inventato, arredato con sgabelli a forma di aspirina, trasformato nel più trendy dei locali di Londra e ucciso in tempo perché non diventasse obsoleto.
Ci sono già stati casi di artisti che, si dice, abbiano trasformato le case d'asta in complici o prestatori di denaro o investitori. Mai nessuno, però, ha avuto il coraggio di ammetterlo apertamente o addirittura di reclamare come la combine avesse un retrogusto culturale o sociale. Damien Hirst invece tratta l'operazione come un'opera e per di più sostiene, tra l'entusiasmo dei responsabili di Sotheby's, che vendere direttamente in asta gli sembra molto democratico. Sottace – ma non lo tacciono i cataloghi né i comunicati stampa – che l'opera centrale viene stimata con un'oscillazione di prezzo assai aristocratica, cioè tra gli otto e i dodici milioni di sterline (parte del ricavato andrà in beneficenza, of course).
Hirst fa di tutto pur di fare saltare i nervi ai moralisti, palesando una contraddizione dopo l'altra e mescolando ricchezza e povertà, vita e morte, azzardo contro il mondo dell'arte e rispetto delle regole che servono a entrare nei libri di storia. La mostra allestita prima della vendita è un bazar di simili alternative: si vedono (e dunque si venderanno) diamanti e viscere, enormi catalogazioni di sigarette spente e dipinti pieni di colore, l'idea del veleno insieme a quella di un massimo di vitalità. Si congiungono una sincera riflessione sulla vita, il memento mori, la vanitas da una parte, e dall'altra la ricerca cinica dello scandalo.
Non è un caso che il toro in formalina aggiunga alla vecchia mucca il riferimento biblico al vitello d'oro: si sa bene che oggi, superata ogni possibilità di far parlare di sé attraverso la pornografia o altri eccessi, per essere sulla bocca di tutti c'è una sola via: i temi sacri, sperando che qualcuno ci caschi e accusi l'artista di blasfemia. Così è successo a Chris Ophili con le sue madonne di sterco, così è accaduto a Cattelan con il papa morente de La Nona Ora, così al soffitto della chiesa di San Stae animato dai video di Pipilotti Rist, così riguardo alla rana crocifissa di Martin Kippenberger che (notizia del 28 agosto) secondo la legge ha diritto di restare appesa al Museion di Bolzano.
Damien Hirst invoca certi malumori come un viatico verso la stampa: pochi artisti come lui hanno saputo costruire la propria strategia di promozione. Calcolatore e poeta, l'artista che maggiormente ha contribuito a lanciare il fenomeno degli Young British Artists ha capito che nessuno può darti ciò che non sei in grado di prenderti. L'atteggiamento normale del giovane artista oggi è considerarsi un soggetto debole e impossibilitato al successo se non con l'avallo di curatori e gallerie. Hirst è un esempio del contrario come del resto Joseph Beuys, Andy Warhol e molti altri protagonisti, per i quali è essenziale non sentirsi vittima di nessuno e proporre vie nuove. Non dimenticando che si arriva a sponsor come Sotheby's o Jay Joplin (il primo gallerista di Hirst ) o Prada (Biennale della Moda, Firenze 1996) partendo dai propri amici. Ricordiamo che il primo passo di Hirst fu curare la mostra collettiva di sconosciuti coetanei chiamata Freeze. È accaduto vent'anni fa all'Hospital Club, ai tempi in cui mezza Londra era in vendita e l'intera Inghilterra attraversava una delle sue crisi peggiori. Poche invidie, nessuna ira dichiarata verso colui che oggi è il rampollo più amato del gallerista Gagosian: finchè ha potuto si è portato dietro tutta una intera generazione facendo da organizzatore, tutore e portabandiera. Testimonia questa carenza di acrimonia il fatto che è in previsione, per il prossimo periodo della fiera Frieze (la similitudine dei termini non è casuale), una rimpatriata celebrativa di quella antica mostra. Tranne Angus Fairhurst, sembra saranno presenti tutti coloro che allora erano studenti e che poi si sono fatti una propria, più o meno facile strada.
Certo, quest'asta apre un vaso di Pandora che riguarda il rapporto con il denaro e con il mondo del lusso che anche gli artisti più sperimentali non possono evitare. I più lucidi lo tematizzano, gli altri fanno finta di non vedere. Si fa finta di non vedere gli anni Ottanta e come molto nacque da lì, da correnti artistiche oggi esecrate come il neoespressionismo e la Transavanguardia, che hanno portato il denaro nelle gallerie e che hanno rigenerato un intero meccanismo di committenza. Presero piede allora gli step classici – la prima galleria senza quattrini ma molta immagine, la seconda con soldi e potere, poi la possibilità di affrontare le aste come momento della verità sulle valutazioni gonfiate – che ora entrano in crisi fino al punto in cui un artista crea per sé la prima mostra, la prima galleria, la prima asta. Un fenomeno che non si riesce a capire se ci si accontenta di pensare che «tutta l'arte a questo punto è speculazione». Troppo facile. La committenza cambia i suoi metodi nella storia, ma non cambia mai il fatto che ci sia.
(Dal Sole-24Ore dell'8 settembre 2008)
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