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PersonaggiLe manette, l'iPhonee i semafori rossi Ritratto semiserio del grande Woody Allen di Marta Casadei |
Tags: lusso, Woody Allen, Brooklyn, Manhattan, pianoforte, iPod
Ritiene che avere una macchina con autista personale sia «un lusso irrinunciabile». Più che avere una casa agli Hamptons o una barca. E che «artisti e uomini di soldi dovrebbero incontrarsi solo alle première dei film. Perché io non so proprio come mettere insieme una fortuna e loro non sanno come raccontare una storia». Se Alvie Singer in "Io e Annie" si definiva «un uomo normale per essere cresciuto a Brooklyn», Woody Allen – pur avendo abbandonato Brooklyn per Manhattan anni orsono – rimane un tipo piuttosto fuori dal comune. Ad offrirne un ritratto inedito, delicato e puntualmente ironico, è il critico cinematografico Roland Huschke in un' intervista esclusiva pubblicata sul numero primaverile della rivista tedesca Momentum.
Woody "il rosso", 72 anni portati – inutile dirlo – alla grande, arguto analista della psiche umana che al lettino ha preferito la pellicola, mantiene uno sguardo pungente e disincantato sulla realtà e ha sempre la battuta pronta. Anche quando parla di sé, di come non sia proprio un campione di coraggio «quasi mi prende un infarto quando, mentre attraverso la strada, il semaforo diventa rosso». E non riesce a trattenere una risata - «è stato terribilmente imbarazzante!» - quando gli viene ricordato che, dopo il funerale di Ingmar Bergman, i giornali svedesi lo definirono il più grande regista americano. Non risparmia un'ironica tirata d'orecchie neppure ai suoi colleghi: «Sa quante offerte ho ricevuto da parte di altri registi che mi volessero ingaggiare come attore in questi ultimi anni? Zero. Il che è curioso, visto che sarei perfetto come psichiatra o professore o perdente nella media. Probabilmente non sono bravo abbastanza».
Nel tempo libero (che odia), non si arrende a fare l'ultrasettantenne né il padre. Anche se cerca di educare i propri figli nel migliore dei modi: «Vorrei che loro - dice - crescessero per diventare membri decenti di questa società. La mia più grande paura è tornare a casa e sentire mia figlia mentre racconta di aver scritto un tema su Charles Manson a scuola e di averlo trovato così interessante da prendere in considerazione l'idea di sposarlo in prigione». Battute a parte (tema su cui ha da puntualizzare che «molte delle citazioni più famose non meritano così tanta attenzione. E le migliori invece non rimangono impresse così a lungo»), ama suonare il pianoforte gratis negli hotel della Grande Mela, salvo interrompere le sue performance di jazzista quando la moglie Soon Yi lo chiama al cellulare per comunicargli i piani per la cena («Ero lì a parlare di costolette d'agnello e patate davanti a tutto il pubblico!»). Domanda dopo domanda, il geniale Woody si avventura in territori ben lontani dalle sdoganate riflessioni sul grande schermo. La tecnologia ad esempio: «Scrivo a mano e poi ribatto a macchina, con la mia vecchia Olympia. Odio i computer, ma mia moglie – dice il regista – voleva convincermi a comprare un iPod. Ho rifiutato, e ha finito per comprarmi un iPhone». Certo, non si può dire che lo usi in modo standard: «è carino per quando viaggio. Posso ascoltare la mia musica preferita con gli auricolari e suonare il clarinetto». Confessa di aver «sempre scelto la stabilità e la routine al posto dell'ignoto». Tanto da non aver mai avuto problemi con la legge. «Non mi piacciono le manette e non ho mai capito perché la gente vuole tenerle anche in camera da letto. Solo una volta nella mia vita ho rubato qualcosa. Ero un bambino ed era una maschera di carta. Mio padre se ne accorse, mi portò al negozio e mi fece confessare. Quell'esperienza mi ha traumatizzato, fino ad oggi». Viene in mente che forse è proprio a quel vecchio trauma che si deve imputare la fallimentare carriera di Virgil Starkwell, rocambolesco rapinatore di "Prendi i soldi e scappa". Freud, almeno, avrebbe detto sicuramente così.
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