intervista

Paola Antonelli: «Non sopporto chi si lamenta sempre dell'Italia»

La curatrice del Dipartimento di architettura e design del Moma di New York fa il punto sul futuro dei designer

di Valentina Fizzotti

Rating:
3.9
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Tags: Moma, NewYork, Paola Antonelli



Il design si sposa con la tecnologia per rendere più facile la frenetica esistenza di ogni giorno. A celebrare definitivamente l'integrazione tra innovazione ed utilità, creatività e scienza, è stata la mostra "Design and the Elastic Mind", da poco conclusa al Moma, Museum of Modern Art di NewYork, . Le curiose opere spaziano dalla medicina alle biotecnologie, dalla rielaborazione dell'alimentazione in chiave futuristica alla sorprendente evoluzione degli oggetti più comuni. Paola Antonelli, curatrice del dipartimento Architettura e Design del Moma, un'italiana che da 14 anni vive negli Stati Uniti, racconta a Luxury come ha ideato questa mostra. E come il design Made in Italy sia davvero lontanissimo dal tramonto.
Come è nata quella che è stata decisamente la mostra di punta della primavera del Moma?
L'idea di Design and the Elastic Mind è sorta guardando a come viviamo quotidianamente. La nostra vita è diventata frustrante, tra fusi orari e telefonini, schemi e tecnologia. Siamo come stiracchiati. La mostra è nata dalla necessità di osservare con elasticità mentale la vita quotidiana, che può venir fortemente migliorata dalla collaborazione tra design e scienza. I progetti presentati sono orientati proprio in questa direzione.
Qual è l'età media dei designer che hanno partecipato a Design and the Elastic Mind?
Ce ne sono molti che hanno intorno ai 24-25 anni, altri hanno anche qualche anno in più.
È difficile emergere nel panorama newyorkese, ma soprattutto mondiale, per un giovane designer?
Certo, ci vuole un po' ad emergere, talmente tanti sono i palcoscenici. Ma al tempo stesso c'è poca informazione intorno ai nuovi creativi. Ci sono così tanti festival e fiere in giro per il mondo che alla fine diventa difficile farsi notare. Questo infatti è uno dei lati che preferisco del mio lavoro, la possibilità attraverso eventi come questo di far emergere dei designer che altrimenti non ce la farebbero.
Tra i tanti progetti in esposizione c'era il New York Talk Exchange, il cui nome fa il verso a quello della Borsa locale, a cui hanno preso parte proprio dei giovani ricercatori.
Sì, quello è un progetto innovativo e molto interessante, che illustra lo scambio globale di informazioni nell'era delle comunicazioni, visualizzandone graficamente i volumi sul globo terrestre. Il New York Talk Exchange è legato al MIT (Massachussets Institute of Technology, ndr) ma anche all'Italia perché il curatore, Carlo Ratti, è italiano e così altri partecipanti al progetto. Sono diversi gli italiani presenti a questa mostra.
Il design in questo senso sembra evidenziare un'inversione di tendenza importante. Se in altri ambiti di ricerca gli italiani sono costretti a fuggire all'estero, nel design sembra accadere il contrario, con i grandi nomi che dsegnano per i brand italiani. Cosa ne pensa?
Guardi che i grandi scienziati ci sono anche in Italia. Basta con l'automortificazione! Non ne posso più di chi si lamenta che il nostro Paese stia perdendo inesorabilmente terreno. L'Italia va ancora benissimo, soprattutto nel design. Non è vero poi che i talenti italiani fuggono tutti, e soprattutto è bene ricordare che i marchi italiani attirano designer da tutto il mondo. È stato così per molti anni ed è ancora così! L'industria italiana, è vero, deve stare attenta alla concorrenza che arriva da altri Paesi del mondo, ma resiste, sia nella creazione che nella produzione. E anche quando i prodotti vengono realizzati in Cina il branding è comunque italiano. Basta osservare il grande successo e la risonanza internazionale di manifestazioni come quella di Torino o del Salone del Mobile di Milano per capire che l'Italia resta un Paese importante per il design.

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