|
«Attenzione, le sculture del parco sono mimetiche, trovarle non sarà facile ma molto divertente». La giovanissima e biondissima hostess della Neue National Gallerie ha qualcosa di profondamente americano nel sorriso. Mentre ci congeda, non possiamo non intravedere una minaccia in quei perfetti denti bianchi. E infatti lo Skulpturenpark, una delle location della Biennale di arte di Berlino, appare solo dopo un'ora e mezza di ricerca estenuante. Ma la vera sorpresa - aveva ragione l'hostess - sono proprio le sculture mimetiche: alberi, zolle di terra, cumuli di detriti e oggetti abbandonati in un molliccio pezzo di terra che fa rimpiangere la scelta delle scarpe con i tacchi (oltre che provocare un amarcord per Christiana F. e i ragazzi dello zoo). Si sa, Berlino, nonostante non sia più "cool" come qualche anno fa («Ha comprato casa anche Patrick Tuttofuoco- dice una nota gallerista a un party d'inaugurazione - è arrivato il momento di andare più a Est»), resta comunque la città dell' alternativo con la a maiuscola. Ben vengano dunque opere che si confondono talmente tanto con gli oggetti da essere scambiati per oggetti: fermate dell'autobus che sembrano (sono) fermate dell'autobus, terra che sembra (è ) terra e letame che sembra (è) letame. Ancora meglio se, osservando le opere, si pronuncia una frase del tipo: «Il tettonico è una frontiera interessante del contemporaneo».
Pare che gli abitanti dell'area che circonda lo Skulpturepark abbiano iniziato a interagire con la non-mostra semplicemente cumulando un po' di terra o scrivendo il proprio nome sulla sabbia. Non si arrabbieranno i pur bravi (e speriamo ironici) Pedro Barateiro, Ulrike Mohr, Lars Laumann se ci hanno pensato non-artisti a rendere divertente un' altrimenti landa desolata.
Alla Neue National Galerie, «il tempio della luce e del vetro» disegnato nel 1968 da Ludwig Mies van der Rohe, l'una di fronte all'altra si trovano l'enorme pugno chiuso di Piotr Uklanski e la scultura pungente rivestita di strass e pietre colorate di Paola Pivi. La posizione data alle due opere da Adam Azymczyk e Elena Filipovic, i curatori di questa quinta edizione, è una delle scelte più felici della Biennale. Tra l'entrata e l'uscita del museo, tra il pugno chiuso e le pietre brillanti e pungenti, il visitatore non può non sentirsi spiazzato: Est o Ovest, passato o presente, ferro o strass? Fortunatamente l'impasse di pensiero viene presto interrotta dal messicano Gabriel Kuri, che ha portato nel cuore del Kulturforum il suo "guardaroba interattivo" che si trasforma continuamente grazie ai vestiti lasciati dai visitatori. Con una tale accoglienza, ci si sente come dopo un tuffo nell'acqua gelata: pronti a nuotare. Ma è proprio lì - nell'attimo che precede la prima bracciata - che si realizza di essere in una vasca molto piccola. Alla fine, nascosto tra pannelli e protetto da aghi, si trova solo un parrucchino, opera della trentenne svizzera Pamela Rosenkranz.
Inutile pensare che lo Skulturparken sia l'unico esempio di una città che come nessun altra sa essere la caricatura di se stessa. Laddove è più facile trovare una galleria per esporre che un detersivo per lavare i piatti, il sublime concettualismo del "giardinetto di Kreutzberg" viene superato solo dal primo piano del KW, Institute for Contemporary Art affidato all'estro di Ahmet Ogut, che ha lasciato i 400 mq completamente vuoti, ricoperti solo d'asfalto. L'opera si chiama "Ground Control", inutile dire che c'è ancora chi la sta cercando all'interno del KW. L'arte laconica di Ogut viene presto compensata da un lavoro del norvegese Pushwagner che, con un fumetto politico scritto negli anni Settanta, ci ricorda che si può fare arte anche dicendo delle cose. E se il cuore si riscalda con il video della coreana Sung Hwan Kim, "Summer Days in Keijo, Written in 1937", viaggio a Seul di grande valore poetico (bellissima anche la scelta della colonna sonora finale "This is just romantic"), ecco la freschezza latina della venezuelana Patricia Esquivias, che con il progetto "Folkore" accosta i due personaggi più significativi della storia della colonizzazione spagnola: Filippo II e Julio Iglesias. In pieno mood Ddr i lavori di Mona Vatamanu e Florin Tudor mentre la Cina, che ormai spopola in biennali e gallerie di tutto il mondo, è rappresentata solo dal video di Zhao Lian sulla periferia di Beijing.
|