|
Uno zerbino di fitti spilli d'acciaio accoglie il visitatore all'ingresso della personale di Mona Hatoum, Undercurrents, curata da Lola G. Bonora per la XIII Biennale Donna di Ferrara e aperta fino al 1 giugno presso il Pac - Palazzo Massari. È la soglia che introduce a un mondo di oggetti domestici divenuti estranei, trasformati dall'artista anglo-palestinese in strumenti inquietanti e incantatori. Scolapasta, grattugie, tazze, ma anche culle, grucce, sedie a rotelle: oggetti comuni che appaiono qui mutati, non più riconoscibili per una sorta di evoluzione interna, che ne mostra anche il lato oscuro, minaccioso, in rivolta. Un paravento e un letto fatti da immense grattugie, dove l'intimità lascia il posto allo smarrimento di chi viene respinto; scolapasta e ramina con i buchi chiusi da viti, come elmi e mazze di una guerra domestica; una culla senza molle, in cui materasso e bambino avrebbero come appoggio fili sottili e taglienti. Il concetto freudiano di "unheimlich" sembra essere davvero adeguato a questi lavori: poco rassicuranti, perturbanti perché non più di casa, benché all'interno della casa stessa. La casa e l'esilio, familiarità ed estraneità, minacce domestiche e identità in perpetuo dislocamento: questi aspetti sono costantemente presenti nelle opere di Mona Hatoum, artista che nella forzata permanenza londinese nella metà degli anni Settanta ha trovato una nuova stabilità, non dimenticando, tuttavia, Beirut, la guerra civile, le radici palestinesi. E proprio il conflitto è un altro elemento che segna i suoi lavori, ma attraverso forme stranianti, ludiche o piuttosto grottesche, come nel soldatino giocattolo sul naso dell'artista in Over my dead body (quasi fosse solo una mosca fastidiosa, ma da cui dipende il destino di un corpo). Oppure nelle bombe a mano di cristallo colorato della nature morte aux grenades (non più le melograne della tradizione, ma granate) posata su un lucido e asettico carrello da obitorio. O ancora, nei fogli di carta leggera piegati e ritagliati non per ottenere forme di omini per mano o fiocchi di neve, ma di soldati con i fucili puntati. Ed è sempre quest'immagine a ruotare attorno a chi entra nella stanza dedicata a Misbah, lanterna in arabo: la luce di questa lampada magica proietta attorno al visitatore un assedio di sagome di soldati e stelle sfuocate, un plotone che si rincorre e ci avvolge a un ritmo disturbante, da capogiro. Il terzo tema che attraversa, intrecciato agli altri due, il lavoro di Mona Hatoum è il corpo, soprattutto femminile: il corpo che vive la casa e che la guerra lacera. E nelle oltre cinquanta opere in mostra, il corpo è ad esempio nei capelli macerati nella carta insieme a unghie e sangue, o in quelli tessuti in una Keffieh. È il corpo trattenuto nel suo grido da mani altre in So much I want to say. Ed è il corpo nudo della madre, fotografato con il pudore e la schiettezza della figlia, e schermato dalle parole intime delle lettere e dei dialoghi, in Measures of Distance. In un'intervista di alcuni anni fa, alla domanda su quanto ci fosse di mediorientale, occidentale e femminile nel suo lavoro, Mona Hatoum rispose sull'impossibilità di scindersi in parti, di dosare consapevolmente questi ingredienti, le sfumature che compongono la sua essenza e la sua capacità di cogliere le correnti nascoste, deboli, contrarie. Tutti elementi che nella sua arte tiene insieme, tra l'asciuttezza del minimalismo, le associazioni dissonanti del surrealismo, e qualcosa di intimo, sottile, disturbante e quieto, raccolto forse in quel pettine sulla sabbia, che la solca e la appiana accarezzandola, circolarmente e per sempre.
|