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Patti Smith, la sacerdotessa del rock, strega Parigi

L'universo dell'artista "ribelle" in mostra alla Fondation Cartier

di Serena Danna

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5.0
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Tags: Fondation Cartier, Patti Smith



La Fondation Cartier pour l'art contemporain è a poche centinaia di metri da due luoghi significativi per Patti Smith: Rue Campagne Première, la strada del suo l'appartamento parigino, e il cimitero di Montparnasse, da sempre luogo di silenzio e di ispirazione per la cantante.
Parigi è una splendida comparsa nella mostra-omaggio all'artista, "Land 250", che apre oggi le porte ai visitatori: la città, i suoi luoghi e i suoi poeti, dall'amatissimo Rimbaud alla tomba di Jim Morrison al cimitero di Pere Lachaise, fanno parte dell'immaginario di una donna tormentata e visionaria. Ma la Patti Smith che ci accoglie alla Fondazione, circondata da video, installazioni e dai suoi scatti in Polaroid, «l'unico mezzo con cui riuscivo a esprimermi - dice - dopo la morte di mio marito», è una donna dolce e sorridente. La maledetta sacerdotessa del rock, Patti la rivoluzionaria che è arrivata alle masse cantando il potere del popolo e degli amanti notturni, dietro la solita aria "freak"- jeans larghi e camicione non stirato - spiega che l'esposizione è il suo mondo e che lo vuole condividere con le persone: «Il potere della collettività è sacro - afferma - ma quello che ho voluto offrirvi è la mia dimensione individuale. Ho passato tutta la vita a lottare contro le guerre e la corruzione, voglio che vediate altro di me». E allora eccola la ragazza del New Jersey appena arrivata a New York che gioca a fare l'artista con l'amico Robert Mapplethorpe, eccola nel Chelsea Hotel tra gli outsider della Beat Generation e nell'appartamento che fu il primo set fotografico di quello che diventerà uno dei più grandi fotografi di moda al mondo, con Patti, nuda, vestita, truccata e travestita, sua musa e regina. Loro due, amici indivisibili, che non pagavano mai per vedere le mostre nei musei, e che passavano le notti nei luoghi sacri della contro-cultura newyorkese, il Cbgb e l'Other End. Prima della fama e dei dolori, il percorso iniziale della carriera artistica di Patti Smith è illustrato con disegni e video di quel periodo. Gli spazi dell'esposizione sono stati organizzati riprendendo proprio l'appartamento newyorkese che la cantante divideva con Mapplethorpe: con la stanza di Patti enorme e stracolma di oggetti, e quella più piccola, silenziosa, di Robert. In fondo la mostra è un grandissimo atto d'amore all'amico scomparso: «Voleva vivere - dice - ma non ha potuto. Lo sto facendo io per lui, e la nostra collaborazione continua».

Racconta gli sbagli di quegli anni, gli amici che sono andata via: «Io ho provato di tutto, afferma, ma gli eccessi li ho sempre tenuti lontani, perché per fare questo mestiere ci vuole salute. Di Jim Morrison, di John Coltrane, di William Burroughs, di Janis Joplin non mi hanno attirato i loro eccessi ma il loro lavoro meraviglioso». È consapevole di essere una sopravvissuta Patti Smith: «In quegli anni New York era un luogo fantastico e pericoloso» dice. E forse quelle parole così caute dipendono dalla presenza del figlio Jackson alla Fondazione. Perché la Patti Smith che abbiamo incontrato è una mamma non troppo distante dalle tante preoccupate per la considerazione e il futuro dei propri figli. Ci presenta il primogenito Jackson, musicista in erba, timidissimo, di poche parole. Quando la madre gli chiede di parlare, lo fa tenendo il microfono basso: Patti è costretta ad afferrarlo per sistemarlo all'altezza giusta. Mentre guarda il figlio, i suoi occhi sono pieni di affetto e di apprensione per un ragazzo che ha perso il padre troppo presto ed è cresciuto con una madre troppo "ingombrante".
E ancora c'è la Patti dei "feticci", la collezionista di oggetti dal grande valore simbolico: dalle pantofole di Papa Luciani, alla testa di creta di William Blake (che scompare e ritorna nell'esposizione sotto sembianze sempre diverse: scultura, foto, disegno), c'è una pagina originale di Rimbaud, tracce di Brancusi e di Virginia Woolf, la macchina da scrivere di Herman Hesse: gran parte del suo immaginario, forse quello meno conosciuto, è così a Parigi. Alcune cose non le ha portate con sé, «facevano troppo male». Le babbucce di Robert, per esempio, le uniche scarpe che il fotografo riusciva ad indossare negli ultimi giorni della sua malattia. All'entrata della Fondation c'è un'installazione creata dall'architetto Andrea Branzi: vetro, metallo, piante e fiori sono immersi nel suono delle sue parole recitate. Proprio il design e l'architettura sono tra le cose che Patti ama di più dell'Italia: « Da Pasolini a Michelangelo, la cultura italiana mi ha formato, ma - dice a Il Sole24ore.com - quello che più adoro è la gente, la carica delle persone». «Ho da poco finito di lavorare con alcuni artisti italiani per il progetto di Youssou Ndour in Africa, (n.d.r. Irene Grandi e Francesco Renga) e ne ho apprezzato la straordinaria professionalità, l'esperienza. Eravamo lì per una "causa", e non c'era nulla di glamourous, ma solo un grande impegno da parte di tutti». L'Africa è una grande assente della mostra, come il Tibet e la "pace": in fondo quella che manca è proprio la Patti Smith militante, la pasionaria che cantava «sono un'artista americana e non ho colpe», quella dell'album "Peace and Noise", in cui "1959" è dedicata alla lotta dei monaci tibetani contro il regime cinese, quella delle manifestazioni, e di "Birds of Iraq", grido di dolore contro l'occupazione americana. Ma lei ribadisce: «Volevo mostrarvi altro di me, il mio spirito». Perché in fondo è proprio da lì che parte la sua rivoluzione.

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