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« "Volevo erigere un monumento all'ozio contro il mito del cottimo e della competizione", in questa frase del romanzo di Antonio Perrone c'è molto del mio pensiero e del mio stile di vita». Claudio Santamaria, romano, 34 anni, papà della piccola Emma (nata dall'unione con Delfina Fendi Delettrez), da dieci anni protagonista della nuova generazione del cinema italiano, dietro quell'aria sorniona nasconde un carattere determinato e appassionato. Lo incontriamo in occasione dell'uscita di "Fine pena mai", film tratto dal romanzo autobiografico di Perrone, la storia di un ragazzo pugliese di buona famiglia che diventa un boss della Sacra Corona Unita. "Fine pena mai" è una piccola produzione indipendente, i registi sono un collettivo semi-sconosciuto "Fluid Video Crew", insomma siamo molto lontani dagli sfarzi dei suoi ultimi lavori, perché lo ha scelto?
Mi ha incuriosito la storia anomala, non è un gangster movie classico: Antonio è un ragazzo di buona famiglia, studente di psicologia, che ha davanti a sé un ventaglio di possibilità infinite, e invece sceglie il percorso criminale, per ribellione interna, per il gusto dello "sballo", per odio nei confronti del sistema, del mito del «cottimo e della competizione». Mi è piaciuto anche il linguaggio aritmico del film, simile a quello del romanzo che racconta l'eterno presente del carcere duro, il tentativo del carcerato di tenere vivi i ricordi e la memoria attraverso il recupero frammenti di passato.
Claudio Santamaria da bambino giocava a "guardia e ladri"?
Le confesso che per interpretare questo personaggio ho rispolverato proprio l'antico gusto che i bambini hanno per il crimine, quella fascinazione quasi naturale che ladri, rapine in banca e cattivi esercitano sull'infanzia. Ricordo che il mio film preferito era "La pantera rosa"…Credo sia anche quel fascino infantile mai superato che spinge il personaggio del film in un percorso criminale, quando Antonio parla delle rapine, nomina spesso la parola "adrenalina".
Ultimamente cinema, tv ed editoria sembrano essersi appassionati al tema "criminalità organizzata". Secondo lei perché?
Negli anni Settanta in Italia c'erano svariati generi, si faceva di tutto. Adesso, invece, quando un film di genere va bene, si inaugura subito "il filone". E poi vogliono fare tutti i grandi autori. Se vai al Ministero a chiedere finanziamenti per un film, la prima cosa che ti chiedono è «dove sta il sociale»? Se non c'è lo sfondo "autoriale", non lavori. Comunque credo che questo genere trovi un riscontro così positivo a livello di pubblico perché in Italia c'è talmente tanto letame da spalare, che hanno capito che la verità funziona, in libreria come al cinema.
Il paragone con Dandy di "Romanzo Criminale" è quasi naturale…
Il Dandy è un personaggio trasversale, politico, furbo e anche spietato. E poi è un proletario mentre Perrone è un borghese, è forte, un protagonista che mette se stesso in prima persona.
Lei ha interpretato tanti personaggi, ce ne è uno a cui si è affezionato?
Ogni volta che rivedo "Ecco Fatto" (ndr Film di Gabriele Muccino del 1998), provo grande simpatia e affetto per lo studente Peterone, il mio primo ruolo per il grande schermo. Ma forse il personaggio che mi è piaciuto di più è stato Rino Gaetano, ho cercato di rispettare la sua memoria nella fiction per la Rai, spero di esserci riuscito.
Uno sbaglio?
"Amarsi può darsi", un film del 2001 con Claudia Gerini. Mi è venuto male ma perché non ci credevo…Devo crederci tanto in un progetto per riuscire, non riesco nelle interpretazioni meccaniche.
Lei ha anche avuto una piccola parte in "Casino Royal", ventunesima puntata della saga di James Bond, che ci dice di questa esperienza americana?
Mi piace lavorare nelle produzioni americane, c'è tanto tempo, molta tranquillità sul set, non si va a casa fin quando la scena non è perfetta. Ma per fare carriera negli States devi andare a vivere a Hollywood, e quella città non fa per me.
Qual è un Paese in cui le piacerebbe lavorare?
Sicuramente la Francia. Il governo francese sa difendere bene la propria cultura. Sa che i film stranieri devono pagare una tassa su ogni biglietto che va a un fondo per il cinema francese? Anche la distribuzione nelle sale è garantita per un minimo di tempo.
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