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Giro di mostre nella Grande MelaDalle figurine di Kara Walker al Whitney Museum ai soggeti sacri di Francis Alÿs all'Hispanic Society of America di Gabi Scardi |
Tags: Laurence Weiner, Kara Walker, MoMa, Hispanic Society of America, Francis Alÿs Fabiola, Dia Art Foundation
New York è sempre generosa per chi cerca arte. In questo momento, da vedere prima che chiudano (il 3 febbraio), due retrospettive maggiori al Whitney: quella controllatissima di Laurence Weiner, tra i padri dell'arte concettuale, e quella della più giovane, viscerale Kara Walker.
Weiner, ossia, in una sintesi irriverente, la tipografia come arte: la mostra consiste in una serie di frasi scritte direttamente sui muri, con un linguaggio che è quello conciso degli aforismi e delle definizioni da dizionario o quello secco delle formule e dei libretti di istruzioni. Per Weiner l'arte non è più forma, ma va equiparata al pensiero. La mostra di Walker è invece rabbiosa e proliferante. Le sue figurine scure e grottesche originano dalla delicata pratica settecentesca delle silhouette; ma, animate da un'energia espressiva soverchiante, raccontano la tragedia degli afroamericani ridotti in schiavitù; di quella storia fanno emergere i lati più oscuri, la disperazione; ma anche le contraddizioni, le perversioni, e una crudeltà furiosa e patologica che pare accomunare vittime e carnefici. Tanto nei contenuti quanto nel linguaggio della narrazione, l'opera di Walker nasce da una ricerca a ritroso: rispetto a stereotipi razziali e di genere che risalgono ai tempi delle piantagioni ma che non paiono ancora del tutto esauriti; e rispetto ai modi della rappresentazione, per i quali l'artista recupera i teatrini di ombre e la lanterna magica, il disegno, e l'acquarello. In mostra più di 200 dipinti, disegni, collages, proiezioni luminose e videoanimazioni ci trascinano nel mondo visionario potente e magnetico di questa artista.
Il MoMa presenta invece tra l'altro, fino al 25 febbraio, la bella mostra New Perspectives in Latin American Art, 1930– 2006: Selections from a Decade of Acquisitions. Si tratta di circa 200 lavori dal primo modernismo all'astrazione geometrica, all'informale, all'arte concettuale: una campionatura di grande ricchezza e qualità, da Joaquín Torres-García, da Alejandro Otero, da Hélio Oiticica, Lygia Clark, Lygia Pape a Leo Matiz, León Ferrari, Mira Schendel, Guillermo Kuitca, Arturo Herrera, Gabriel Orozco, Carlos Garaicoa e molti altri.
Resta visibile fino al 6 aprile, presso la Hispanic Society of America, la mostra di Francis Alÿs Fabiola. Per decenni Alÿs, artista maggiore, belga di nascita ma messicano di adozione, ha collezionato quadri e oggetti riproducenti il ritratto di una santa del quarto secolo, Fabiola; tutte le opere sono basate su un originale del XIX° secolo, oggi disperso; per questo sono quasi identiche: la santa, voltata verso sinistra, è ritratta di profilo, il capo coperto da un panno rosso. La collezione di Alÿs comprende circa 3.00 opere: copie di qualità, opere amatoriali, oggetti artigianali. Tutte vengono ora esposte insieme nell'austero interno in mogano scuro della Hispanic Society of America, ad Harlem: il soggetto sacro dei quadri acquista intensità in quest'atmosfera sepolcrale, mentre la sensazione è di trovarsi di fronte a una sorta di opera collettiva, quasi un organismo che si autoalimenti: indipendentemente da singole personalità, sembra notare Alÿs, «arte si fa»; questa è un'evidenza. Così una volta di più l'artista lancia una serie di questioni riguardanti l'autorialità, il valore dell'originalità e della copia, la distribuzione e il mercato dell'arte. La mostra è realizzata dalla Dia Art Foundation; è la prima di tre mostre che la Dia ha deciso di organizzare insieme alla Hispanic Society dopo aver rinunciato alla propria sede newyorkese a favore della magnifica Dia Beacon, collocata a un'ora circa dalla città.
da Il Sole 24 Ore del 27 Gennaio 2008
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