lusso

L'artista sfila in passerella

Da Louis Vuitton a Dior, sono sempre più numerosi i marchi di moda che lavorano con artisti internazionali

di Paola Bottelli



Sulla classica buccia di banana è scivolata solo Vanessa Beecroft, l'artista nata a Genova ma residente a Los Angeles assurta agli onori delle cronache grazie alle installazioni viventi di donne nude. Chiamata a fine 2005 dal leader mondiale del lusso, la Lvmh di Bernard Arnault, a creare un collage proprio con le foto di giovani svestite per creare il logo Louis Vuitton, la Beecroft si è "ispirata" - semplicemente rinforzando le cromie e mettendo delle parrucche color carota in testa alle ragazze - alle lettere dell'alfabeto realizzate nel 1970 dal grafico Anthon Beeke. Di fatto, «una copia non autorizzata», hanno ammesso la Beecroft e la Vuitton nel novembre scorso. Annullando l'utilizzo delle stesse.
Non si segnalano, però, altri clamorosi autogol nella sempre più stretta liaison tra la moda e quell'arte contemporanea che è ormai diventata una vera e propria passione di massa in giro per il mondo. Big brand del lusso e stilisti di iper-tendenza amano affidarsi a pittori e fotografi, illustratori e artisti visuali, performer e anticipatori di bizzarre formule creative per "firmare" congiuntamente borse e ciondolini per il cellulare, ideare siti internet o ridisegnare i concept dei negozi, innovare le sale sfilate o realizzare libri celebrativi. Una contaminazione a 360 gradi accelerata dall'ingresso in forze nel mercato del lusso di protagonisti dal portafoglio gonfio di euro del calibro appunto di Arnault o dei Pinault padre e figlio, che controllano tra l'altro Gucci Group. Perché un fatto è chiaro: non è a buon mercato affidarsi alle star della creatività - anche se le cifre sono ovviamente top secret - che però agevolano non poco la visibilità mediatica delle griffe. E, di conseguenza, le vendite nei faraonici negozi sulle più prestigiose strade delle metropoli (e ora anche delle città minori).
Ma l'attrazione fatale tra arte e moda non è nata ai giorni nostri. Già nel 1930 un visionario come Salvatore Ferragamo affidava al pittore tardo-futurista Lucio Venna i bozzetti della pubblicità delle scarpe e nel '49 al pittore Pietro Annigoni il disegno del logo di Palazzo Spini Feroni di Firenze, dal '95 sede del museo del più celebre marchio di calzature made in Italy. Per non parlare delle collaborazioni tra Gianni Versace e artisti ai quali commissionava opere ad hoc, pure sul tema della Medusa, come Alighiero Boetti e Roy Liechtenstein, Julian Schnabel e Mimmo Paladino, Mimmo Rotella e Francesco Clemente, in una condivisione creativa che emergeca sulle passerelle e nelle scioccanti campagne pubblicitarie.
Negli ultimi tempi, l'esplosione della simbiosi moda-arte è targata Vuitton. La sfilata primavera-estate 2008 è stata un "inno" al lavoro dell'eclettico Richard Prince, del quale ai primi di gennaio Sotheby's ha battuto una foto della celebre serie «Cowboys» per la cifra-record di 3,4 milioni di dollari. Dunque, Vuitton ha chiesto a Prince, del quale possiede alcuni lavori, di reinterpretare la tela Monogram delle borse-culto: l'artista le ha proposte sfumate in colori acidi, "sbavate" o spalmate di vernice e il designer le ha appese al braccio delle top model "travestite" da infermiere, omaggio alla serie di dipinti "Nurse". Nulla di particolarmente nuovo, se si pensa che il mensile americano «W» aveva fatto fotografare Kate Moss proprio a Prince nel settembre 2003, con uno di quei dipinti, allora in fase di lancio, sullo sfondo. Ma tant'è: ne ha parlato mezzo mondo.
E ancora Vuitton collabora da tempo con il giapponese Takashi Murakami, che ha creato con Jacobs alcune delle borsa-icona degli ultimi anni. Con Murakami è invece innovativa l'operazione in corso fino all'11 febbraio al Museo d'arte contemporanea di Los Angeles (Moca), che ha aperto un temporary store nella retrospettiva dedicata appunto al giapponese, nella quale vengono proposti oggetti a marchio Lv con nuovi disegni ad hoc, tra cui il Chibi Kiniki, un fungo destinato a diventare icona.
La simbiosi tra arte e moda è così totale che il lancio dei gioielli della collezione Belladone Island disegnata da Victoire de Castellane per Dior (parte della galassia Arnault), con un'installazione di legno curata da Patrick Berger, nel Museo dell'Orangérie, si è trasformata in una caccia dei collezionisti, che hanno fatto man bassa dei 17 costosi gioielli. E, ancora, Boucheron, che fa parte del gruppo Gucci, ha festeggiato lunedì a Parigi i 150 anni con un party esclusivo. Nel quale pezzi storici e attuali tempestati di straordinarie pietre preziose sono stati "abbinati" a sculture di Jeff Koons e installazioni di Damien Hirst, provenienti da Palazzo Grassi, di cui – guarda caso – è proprietaria la famiglia Pinault.
C'è chi sceglie altre strade. Dall'84 Alain Dominique Perrin ha creato la Fondation Cartier pour l'art contemporain, da uno stimolo di César, il talentuoso scultore che gli segnalò la necessità di lavorare su progetti non convenzionali. Alla Fondation, che possiede oltre mille lavori di 300 artisti, è vietato abbinare l'attività ai prodotti o alla pubblicità: l'obiettivo dichiarato da Perrin non è quello di vendere di più, ma di promuovere lo sviluppo dell'arte. Prossimo appuntamento il 28 marzo con "Land 250" di Patti Smith, con foto, dipinti, film e la sua celebre voce, in abbinamento con due nuove installazioni di Andrea Branzi.
Anche la Fondazione Pitti Discovery di Firenze organizza da tempo operazioni di "commistione": dalle 21 modelle piantate nella terra nel Tepidarium del Giardino orticolo, opera della gettonatissima Beecroft, al supertrendy Raf Simons - applauditissima la sua ultima sfilata parigina con l'uomo-mummia nel fascinoso Palais de la Port Dorée - insieme a Peter De Potter in un'installazione di 200 monitor che moltiplicano frammenti di sfilate. Per finire, due settimane orsono, con una sorta di installazione-performance per Adam Kimmel, il 28enne nominato "il futuro del menswear" dal prestigioso Bergdorf Goodman.
da Il Sole 24Ore del 28 gennaio 2008

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