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Le mille visioni
di Matthew Barney

Alla Serpentine Gallery di Londra una mostra che raccoglie le ultime creazioni dell'artista americano

di Serena Danna

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3.5
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Che sia l'artista più sopravvalutato dello star system o l'ultimo genio sfornato dal mondo dell'arte negli ultimi dieci anni in fondo non interessa. Era dai tempi di Andy Warhol che non vedevamo un paradosso in carne e ossa: Mr Matthew Barney, l'artista americano che dal guscio di Barbara Gladstone, regina delle gallerie newyorkesi, è diventato il fenomeno mediatico desiderato dalle biennali di tutto il mondo. Barney, moderno Ovidio della cultura americana che per il suo capolavoro «Cremaster cycle» ha scomodato gli incubi e i desideri di una generazione; Barney il visionario che confonde il bene e il male in un universo ermafrodita dove nulla può essere definito; Barney caprone e massone, ballerino di tip tap e assassino che fa della confusione il pilastro della sua poetica.

Come nel sogno di uno psicopatico, nei suoi lavori tutto si mischia: miti greci con personaggi della cultura di massa, leggende celtiche con canzoni d'amore. La sua forza è nell'immaginazione e nel racconto delle sue visioni. La sua fantasia non conosce limiti. Noiosamente illimitata. Ma è proprio il fiume in piena dei suoi deliri che vince. Ha esposto praticamente ovunque, non c'è museo o evento d'arte che non abbia ospitato Barney: la sua cosmogonia genitale (Cremaster è letteralmente il muscolo testicolare) ha trovato graditissima ospitalità dal Pitti di Firenze alla Tate di Londra, dalla Fondation Cartier a Parigi al Documenta di Kassel, dalla Biennale di Venezia fino alla grande consacrazione del Guggenheim di New York.

L'opera dell'artista americano ha la potenza della peyota messicana: una fiaba che può trasformarsi nel peggiore incubo e viceversa, in cui bellissime fate e orribili mostri si tengono per mano. Dove il corpo in tutte le sue declinazioni e trasformazioni è l'assoluto protagonista. Commentando il capitolo 2 della saga epica di Cremaster disse: «Non ho fatto altro che reinterpretare a modo mio il processo vitale che, in ognuno di noi, porta necessariamente una trasformazione; racconto il modo in cui una forma combatte per trovare una propria definizione». Quando lo hanno accusato di alimentare il mito occidentale del corpo perfetto a tutti i costi non ha negato. Dopo tutto o forse prima di tutto, il marito della cantante Bijork (sua musa-attrice-songwriter per «Drawing Restraint9») è stato atleta e fotomodello. Perché sì, Matthew Barney è anche bello.
Il prossimo 20 settembre alla Serpentine Gallery di Londra inaugura una personale dell'artista.

www.cremaster.net
www.serpentinegallery.org

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