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L'idea dell'artista cinquantenne Ai Weiwei di realizzare lo stadio di Pechino a forma di nido d'uccello per le prossime Olimpiadi – su progetto dello studio Herzog&deMeuron - e la lettera dei mille intellettuali per i diritti umani al Presidente Hu Jintao non fanno a pugni. Perché l'artista cinese, figlio del poeta Ai Qing, esiliato per essere stato considerato nemico dello Stato nel 1958 nella regione dello Xinjiang, non si è mai considerato un artista di regime. Anche se oggi i Giochi fortemente voluti dal regime comunista sembrano essere il salvacondotto per entrare nel mondo occidentale, non sarà lo stadio a far abbandonare ad Ai Weiwei il ruolo di ribelle. Ai Weiwei è oggi uno dei più famosi artisti concettuali cinesi: dopo aver vissuto alcuni anni a New York, nel 1993 è rientrato a Pechino; nel 2000 la mostra «Fuck Off», allestita in concomitanza con la Biennale di Shanghai, lo ha proiettato in Occidente. Oggi le sue opere spaziano dalle installazioni – particolarmente apprezzate dal mercato quella delle anfore di terracotta della dinastia Han del valore di 150mila dollari - alle fotografie in bianco e nero e a tiratura limitata, che oscillano tra 10mila e 25mila dollari. Tanto che molte opere fanno parte di importanti collezioni: come «Mahjong» di Uli Sigg (attualmente esposta a Salisburgo) ed «Estella» di Sacha Lainovic. E un suo lavoro, un Candelabro di cristallo del 2002, è atteso in asta il prossimo 20 settembre a New York da Sotheby's: prezzo di partenza 400mila dollari.
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