cultura

«Londra, eccitante
ma è meglio Berlino»

Per le nuove generazioni di scrittori, la fuga è già una realtà. Anche per l'impennata degli affitti che sono il quadruplo della Germania

di Tom McCarthy per Luxury24

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La cultura ha un andamento ciclico. Ora capita che una delle sue forme si conquisti una posizione di predominanza a scapito di altre, ora capita che quella stessa forma avvizzisca e perda seguaci. In Francia, negli ultimi cinquant'anni, gran parte degli individui che in epoche precedenti sarebbero automaticamente diventati degli écrivains hanno scelto invece di dedicarsi alla filosofia: un'esplosione di filosofi sulla Rive Gauche a tutto detrimento della letteratura. Provate a chiedervi quanti grandi romanzieri e poeti abbia prodotto la Francia nella seconda metà del XX secolo, e quanti di questi siano di statura comparabile a un Derrida, a un Deleuze o a un Badiou. Non molti, è la risposta.


A mio parere, una cosa del genere è successa nel Regno Unito. Non che romanzieri e poeti siano scomparsi, è solo che non sono un granché. Dirò di più, sono poco letterari. Ogni volta che incontro gli scrittori più famosi della mia generazione e di quella precedente, rimango meravigliato nello scoprire quanto poco abbiano letto.

Faulkner, Joyce, Kafka, Conrad, Céline o Celan sono territorio sconosciuto per loro, mentre sono invece perfettamente in grado di scrivere con competenza resoconti subgiornalistici o sovragiornalistici della vita in Gran Bretagna sotto la Thatcher, sotto Blair, sotto Brown o sotto quell'altro tizio che faceva il conducente di autobus e ora parla di cricket in seconda serata [sta parlando di John Major, ndt]. Con tutto ciò non voglio dire che la buona letteratura non sia più tenuta in conto da queste parti: lo è, e caterve e caterve di individui la divorano e vi si ispirano per le loro opere. Il fatto è che queste caterve di individui non sono scrittori, per lo più, ma artisti delle arti visive. Chiedete a un artista contemporaneo londinese quali siano le sue influenze artistiche e potete star certi che di lì a cinque minuti salterà fuori il nome di Beckett. E potete anche scommettere una bella sommetta che ben presto spunteranno anche quelli di Blanchot, Burroughs e Ballard. E siamo solo alla lettera B.


Due artisti di mia conoscenza recentemente hanno realizzato dei progetti basati sul «Contro corrente» di Huysmans. Tre anni fa, più di venti artisti hanno esposto opere ispirate, in un modo nell'altro, alla labirintica architettura dei romanzi di Alain Robbe-Grillet. In maniera abbastanza paradossale, oggi è l'arte, e non l'editoria, l'arena in cui la storia letteraria attivamente – e creativamente – si trasforma, si discute e progredisce. Le opere degli artisti londinesi contemporanei che solleticano più di altre il mio interesse ruotano invariabilmente intorno ai grandi temi del modernismo letterario: l'alienazione, la frammentazione, la catastrofe, e, soprattutto, la ripetizione. A mio parere, la tendenza più dinamica emersa da queste parti nell'ultimo decennio è la propensione degli artisti a mettere in scena «ricostruzioni» di eventi storici. Dalla Battaglia di Orgreave tra minatori e poliziotti, ricostruita meticolosamente con un cast di centinaia di attori dal premio Turner Jeremy Deller, ai discorsi di incitamento del santone Jim Jones o agli «esperimenti» sull'obbedienza all'autorità dello psicologo Stanley Milgram, ricreati da Rod Dickinson, fino al concerto dello scellerato gruppo punk The Cramps, eseguito originariamente di fronte ai pazienti dell'Istituto di salute mentale di Napa e ricostruito da Iain Forsyth e Jane Pollard dell'Institute of Contemporary Arts di fronte a un pubblico di autentici malati di mente (la rappresentazione artistica più estrema a cui abbia mai assistito): tutte opere che tradiscono una logica beckettiana o burroughsiana, secondo cui la storia è «finita» e tutto quello che rimane sono le registrazioni e il nostro compito è quello di replicarle: ancora, ancora e ancora, fino a quando non diventeranno sintomi e noi non assumeremo il ruolo di vittime di un trauma che rimettono in scena all'infinito il nostro disastro.

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