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IntervistaMarteen Baas: «Seguo le idee che mi piacciono»Il designer olandese punta tutto sull'intuito e su una progettualità istintiva, senza calcoli di Valentina Ciuffi |
Tags: design, Maarten Baas, Tokyo, Olanda
«Fare valutazioni sul mercato del design, o studiare la prossima mossa non sono cose per me, mi distrarrebbero da quel che ho sempre fatto: seguire un'idea solo perchè mi piace, senza preoccuparmi troppo di come verrà accolta. Può essere un limite, o una fortuna».
Maarten Baas è uno tutto intuito e progettualità istintiva, ma senza premeditazione alcuna, le cose gli vengono decisamente bene. Olandese, classe 1978, è arrivato al successo con sorprendente rapidità: nel 2009, a pochi anni dai suoi primi oggetti noti, è designer dell'anno per Design Miami, e celebrato da gallerie e musei di tutto il mondo. In questi giorni i suoi lavori sono in mostra a Tokyo (Catalysis for life) e tra poco il Groninger Museum (Groningen, Olanda) avrà un nuovo ristorante progettato da lui. Da due anni porta avanti un affascinante e sfaccettato progetto attorno al tempo, Real Time, ma questa geniale produzione di "software" per orologi, non lo allontana dalla sua passione per la materia, i pezzi unici e l'arte del formare oggetti. L'intervista parte da qui, dalla produzione legata al tempo.
Nei suoi "video orologi" il tempo è segnato da esseri umani che muovono lancette o led luminosi per 12 ore: ne sono artefici o è il tempo a dominarli e costringerli a una rappresentazione continua?
Ci sono tante possibili interpretazioni metaforiche per questo lavoro, e la sua mi piace, ma non voglio confermarla, dandole una risposta: mi piace che Real Time possa suscitarne altre e vorrei lasciare spazio a tutte…
Perché ha voluto che questa rappresentazione del tempo "fatta a mano" diventasse un'applicazione per I-phone, l'oggetto simbolo dei frenetici ritmi contemporanei?
L'ossimoro cui lei fa riferimento è certamente rilevabile in questo progetto, così come si può dire che in Analog Digital Clock, analogico (il tempo è "disegnato" da performer) e digitale (il display che ne deriva è digitale) sono accostati in un contrasto curioso. Il punto è che non amo insistere su queste letture, mi piace dire invece che Analog Digital Clock è finito su I-Phone, perché rispetto a tutti gli altri video-orologi di Real Time era perfetto per uno schermo piccolo.
Da pezzi unici anche molto costosi a un'applicazione da 99 cents, accessibile a molti. Il suo design vira e si fa più democratico?
Non ho piani per il mio design e non credo che smetterò mai di realizzare pezzi unici. Credo invece che continuerò a seguire i miei impulsi creativi, vedrò di volta in volta quanto lavoro mi costa e poi farò un prezzo. Non capisco, fra l'altro, cosa si intenda per "design democratico", oggi tutti ne parlano. Per me un oggetto è democratico anche se possono comprarselo in pochi: è sulle riviste, è nelle vetrine, la sua immagine, le idee e le forme che porta con sé, sono accessibili a tutti.
Nel suo design gli angoli retti, non esistono (o quasi), cosa la spinge a forme organiche?
Mi sembra assolutamente naturale che gli esseri umani tendano a quelle, a me capita istintivamente, ma penso che sia per tutti la direzione meno forzata.
É diventato famoso bruciando oggetti (anche pezzi di design storici), curioso per chi fa il suo mestiere. Il ruolo del paradosso nel suo lavoro?
É molto presente: China (2008), una sedia finemente intarsiata nel legno che emula il più cheap dei modelli in plastica, è un buon esempio. Ancora una volta però, non cerco di realizzare progetti paradossali per stare in linea con i miei vecchi lavori o rendere il mio design caratterizzabile in questo senso. A volte gioco con le aspettative, cambiando bruscamente direzione rispetto ai progetti precedenti (come nel caso dell'I-phone), ma in generale mi muovo senza pensare a come il mio design potrebbe essere definito.
Una volta ha detto che avrebbe voluto raggiungere il successo più gradualmente: perché?
All'inizio non riuscivo a stare ai ritmi che il successo richiedeva, cercavo di fare tutto da solo e mi perdevo, c'erano cose pratiche che non riuscivo a seguire. Da un po' lavoro assieme a Den Herder, e sono riuscito a distribuire ruoli e fare ordine nel mio studio. Poi ho imparato a essere meno impaziente, a prendermi delle pause tra un progetto e l'altro, e tutto è diventato più facile.
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