COMPLEANNI

Vitra Design Museum, vent'anni riletti "in scala"

Da Prouvè ai Campana, le famose miniature raccontano un pezzo di storia dell'arredamento, racchiusa a Weil-am-Rhein

di Marta Casadei


Il Vitra Design Museum è un ventenne decisamente atipico: nessuna mania che includa cellulari di ultima generazione né consolle di videogiochi. E nemmeno una passione smodata per le automobili. Si concede qualche irrinunciabile clichè di chi ha appena superato la fase teen solo su Facebook: ad oggi ha quasi 800 fan. Una nicchia consapevole di trovarsi di fronte ad uno dei templi del design. Il cui merito – riconosciuto in tutto il mondo – è quello di aver portato una ventata di novità nella Vecchia Europa che nel 1989, mentre a Weil-am Rhein prendeva forma quell'edificio dai volumi asimmetrici e poco convenzionali pensati da Frank O. Gehry, a Berlino – non troppo distante - abbatteva i suoi ultimi muri.

Raccontare la complessa (e fervente) vita artistica del museo diventa semplice se si riduce tutto in scala: le miniature del Vitra sono la versione ridotta (estremamente curata nel dettaglio) di tutte le sedute più importanti passate per quelle stanze, così intrise di design. Sono nate come divertissement didascalico: acquistabili nello shop del museo, avrebbero dovuto avvicinare i visitatori al culto dell'arredamento creativo abbracciando la terza dimensione (senza limitarsi a poster e cataloghi). Sono diventati un'icona – protagonista di una mostra che quest'anno ha toccato anche diverse città italiane – ma soprattutto una selezione ragionata dei "pezzi che contano" (le miniature sono oltre cento) nella storia del design, dall'Ottocento ad oggi. Citando gli estremi, si va dall'intramontabile Stuhl N.14 di Thonet, sedia da coffee house viennese – in legno e paglia, datata 1859 – alla Favela (1991), poltroncina firmata dai fratelli Campana che è un inno al design di ultima generazione, al mix tra estetica e materiali poveri. Tra un pezzo e l'altro c'è solo l'imbarazzo della scelta: la MR 20 di Mies Van Der Rohe (1927), le Panton Chairs di Verner Panton (1959), la Coconut chair di George Nelson (1955), la Sedia Spaziale di Alessandro Mendini (1985).

L'idea del museo è nata alla metà degli anni Ottanta dalla mente di Rolf Fehlbaum, Ceo dell'azienda Vitra, dalla sua passione, l'arredamento, e dalla collezione dei prodotti firmati dai grandi protagonisti del design che, nel tempo, avevano contribuito a formare e rafforzare l'identità del marchio. Nomi importanti come Charles e Ray Eames, George Nelson, Alvar Aalto e Jean Prouvé. Ma anche correnti di matrice europea, ugualmente influenti ma meno identificabili, come il design scandinavo degli anni Venti e Trenta. Il progetto doveva essere quello di uno spazio espositivo che rendesse accessibile al pubblico quella che era stata fino a quel momento una fornita collezione privata; nei due decenni che hanno seguito la fondazione, il ruolo del Vitra Design Museum – da sempre sotto la guida di Alexander von Vegesack – è andato ben oltre le aspettative, imponendosi come un'istituzione capace di valorizzare i talenti del passato, custodendo dei veri pezzi di storia, e al contempo scovare i nuovi geni del settore, quelli che oggi vantano il soprannome di archistar: a pochi mesi dall'apertura, il museo di Whel-am-Rhein ospitò una personale di Ron Arad, una delle prime; al Vitra è andato anche il merito di aver allestito una mostra dell'allora poco noto Issey Miyake, tendendo a battesimo le sue creazioni al debutto tedesco.
Tante le mostre itineranti che hanno reso il museo una sorta di portavoce del design nel mondo. Grazie a workshop e laboratori, inoltre, il carattere del Vitra è sempre stato quello di aprirsi anche ai non addetti ai lavori.

www.design-museum.de

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