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ArchitetturaL'archistar è in crisiRem Koolhas a Berlino: «E' l'ora della architettura generica» di Fulvio Irace |
Tags: Rem Koolhaas, Libeskind, Gehry, Zaha Hadid, Andreu, Calatrava, Times
Sarà ricordato come l'11 settembre della super-architettura, il 9 febbraio 2009? Come il fuoco delle vanità dell'architettura iconica del nuovo millennio? Impazzano su Youtube i video dell'incendio che ha devastato parte di uno dei simboli della Pechino olimpica, il Cctv di Rem Koolhaas. Crollano le borse, crollano i consumi e neanche le archistar stanno tanto bene. Parafrasando Woody Allen, Rem Koolhaas – il profeta nero dell'iperarchitettura del supercapitalismo – ha annunciato la Götterdämmerung degli architetti nel l'era della recessione globale e con una dose di autoironia al limite della faccia tosta ha annunciato al pubblico del Renaissance Theater di Berlino (sold out per l'occasione della sua Berliner Lektion ai primi di febbraio) il crollo dell'«Yes regime», il regime dominato dallo yen, dall'euro e dal dollaro e, come il presidente Obama, l'avvento di una nuova era.
Brillante copywriter di termini che hanno sostituito Vitruvio nel gergo degli architetti – junk space, manhattanism, generic city –, il guru olandese non ha rinunciato al piacere del colpo di scena, mettendo alla berlina i suoi colleghi più famosi. Libeskind, Gehry, Zaha Hadid, Paul Andreu, Calatrava. Dall'arma del ridicolo non si è salvato nessuno, con la sola eccezione dello stesso Koolhaas che, con l'abile mossa del cavallo, ha dato scacco matto cambiando casacca e lanciando una nuova parola d'ordine: generic architecture. Che cos'è l'architettura generica? Inutile rincorrere astrusi significati filosofici, basta rivolgersi alla propria esperienza di consumatori. Come i farmaci generici hanno sconfitto i medicinali griffati proponendo la funzionale semplicità della molecola di base, l'architettura generica è quella che riscopre la funzione e in fondo il buonsenso oltraggiato dalle stravaganze della moda e dalle pressioni del mercato. Una rivoluzione che sa di antico. Fa senso sentire il teorico dello shopping=urbanistica, teorizzare la necessità della funzione come negli anni duri del tanto vituperato modernismo del XX secolo e turba non poco il clamoroso voltafaccia del cantore della globalizzazione che ha voluto intitolare la sua lecture addirittura l'«Architettura delle differenze». Ripudiando lo slogan «fuck the context» cui negli anni 90 dedicò pagine e pagine di pensose meditazioni, Koolhaas ha sostenuto la necessità di ascoltare il passato affidando il commento visivo alle sue parole al progetto in corso per la risistemazione del complesso dell'Hermitage a San Pietroburgo. Certo il "generico" dell'olandese è ancora troppo esotico per il gusto del pubblico generico e alcune soluzioni pensate per il Museo sembrano solo la versione aggiornata di un'avanguardia che riscopre le sue radici formali. Meglio dei veli metallici di Perrault per il teatro Puskin, però e sicuramente più discreto nella scelta di operare solo all'interno, lasciando inalterati i contenitori storici e lo spazio urbano. Niente effetto Bilbao insomma e per una volta la città si prende la sua rivincita contro la logo-architecture.
Forse ha ragione il critico del «Times» – Nikolai Ouroussoff – quando scrive che la recessione non ucciderà la professione. La renderà anzi più necessaria e veritiera, lasciandola in culotte e spogliandola delle inutili pailettes . La spingerà forse a ridefinire i suoi obiettivi rendendola consapevole del suo ruolo sociale, quindi dei suoi limiti e dei limiti delle risorse. La lezione di Koolhaas nella patria del Moderno può essere dunque un buon segnale : a patto però che si accompagni a un'autocritica evitando il rischio di un ennesimo escamotage intellettuale. Qualcosa simile al famoso paradosso di Maria Antonietta all'incontrario: «non hanno brioches, allora dategli il pane!».
Dal Sole24ore del 15 febbraio 2009
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