design

Tom Dixon:
«Così rivoluzionerei
il Salone del mobile»

Il designer inglese fantastica sull'evento milanese e racconta i suoi progetti

di Serena Danna



«Il Salone del Mobile di Milano va rivoluzionato. Inizierei cambiando il mese: basterebbe spostarlo di tre settimane in avanti per avere un clima mite. Poi chiederei agli hotel e ai ristoranti della città di abbassare i prezzi per favorire l'arrivo di persone da tutta Europa, e aprirei ad aziende di diversi settori: sarebbe bello se il Salone diventasse qualcosa in più di un festival di design, un evento partecipativo in cui la gente può comprare e creare e non solo andare a zonzo».
Forse alla sua fenomenale carriera di designer non si aggiungerà mai il titolo di direttore artistico del Salone del Mobile, ma poco importa: a 50 anni Tom Dixon ha vissuto già sette vite. Da bassista rock a star del design, passando per cattedre universitarie, libri e direzioni di festival, "Major Tom" - come affettuosamente lo chiamavano i compagni della band in omaggio a David Bowie - dietro l'aria dandy nasconde una lucidità da businessman.
Lo incontriamo a Miami durante la Fiera del design "a edizione limitata". Seduto su un dondolo di acciaio, con la solita aria blasonata – cravatta rossa e camicia bianca fuori dai pantaloni - racconta la scelta di portare alla Fiera una collezione "sporca" come Flame: mobili di acciaio lavorati con il fuoco. «Il materiale – racconta - proviene da strutture che sono state montate e smontate diverse volte nel corso dei secoli. E' importante in questo momento avere qualcosa di duraturo». E continua, con un pizzico di polemica: «Non sono Marc Newson, non faccio sedie da milioni di dollari. Se il business del design ruota intorno al decorativo e al patinato, io credo, invece, nel design di massa. Il mondo sta andando a rotoli? E allora realizzo oggetti con materiali grezzi che resistono al tempo e alle mode».
Per il designer inglese, che è a capo di una holding per lo sviluppo del design e del prodotto comprendente Artek e il marchio Tom Dixon, il settore sta vivendo un momento molto vivace: «Gli ultimi cinque anni sono stati interessanti per le connessioni che si sono create con le altre discipline: l'arte, per esempio, permette al design di essere più sperimentale». Per Dixon, infatti, le barriere della creatività sono artificiali: «Pensiamo agli anni Trenta, a come lavoravano Brancusi o Le Corbusier, o al periodo del Romanticismo: era naturale che l'architettura si sposasse con la poesia e con la moda».
La fiera di design organizzata dalla giovanissima Ambra Medda è per Dixon, che è intervenuto ai "Design Talk" organizzati da Fendi, il luogo ideale per la sperimentazione: «Design Miami crea confini molto interessanti per la ricerca, apre nuove prospettive di lavoro». E a chi sostiene che l'art design sia solo una roba da ricchi, Dixon risponde: «Se si guarda la storia dell'arredamento d'interni, i momenti migliori sono sempre stati quelli in cui si è inserita un'alta committenza, come i Medici in Italia o i principi indiani in Francia. E' allora che si sono creati capolavori».
Dixon ha lavorato con tante aziende italiane, da Cappellini a Moroso. Ma, al momento di creare una sua azienda, ha scelto come partner i paesi del Nord Europa. Crede però ancora nel ruolo dominante dell'Italia nel design: «Gli italiani si sanno reinventare continuamente, hanno una marcia in più, grazie al fortissimo legame con l'industria. Hanno riempito uno spazio lasciato vuoto in altre parti del mondo. E poi in Italia c'è una vera cultura del design».
Sul suo passato da bassista, afferma: «Sono fortunato perché non ho mai avuto un sogno, non è che sognavo di diventare designer… Suonavo il basso e volevo fare il musicista, poi l'arte mi ha portato naturalmente nella direzione del design ma lo spirito resta quello del rock'n'roll».

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