design

Il mondo di George Nelson in mostra al Vitra

Una grande personale ripercorre la carriera dell' architetto americano

di Marta Casadei

Rating:
3.1
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Tags: George Nelson, Vitra, Basilea, architettura, design




George Nelson non ha avuto nove vite come i gatti. Ma quasi. Ha progettato mobili dai nomi gustosi che rimarranno per sempre nell'immaginario e nella storia del design, come la Coconut Chair (1956), il Marshmallow Sofa (1956) e le Bubble Lamps (a partire dal 1952), ha diretto l'area design di un'azienda importante come la Herman Miller, ha progettato abitazioni private, ha fatto il fotografo, insegnato e scritto libri («Tomorrows House», 1944).
E,come se non bastasse, in piena Guerra Fredda, ha organizzato la American National Exhibition a Mosca (1959), teatro dell'aspro scambio di batture tra Nixon e Kruscev noto ai più come «Kitchen Debate».
Definire George Nelson un personaggio poliedrico, a conti fatti, non gli renderebbe giustizia fino in fondo. Americano del Connecticut innamorato della Grande Mela, classe 1908, quello che da tutti è conosciuto come uno dei padri del modernismo oggi avrebbe (è scomparso nel 1986) cent'anni. E il Vitra Design Museum di Wheil am Rhein, a pochi passi da Basilea - fucina di idee, tendenze e modelli di architettura contemporanea – lo omaggia con una retrospettiva che, fino al 1 marzo 2009, ne ripercorrerà (divisa in cinque macroaree come la storia professionale di Nelson) la carriera, tanto geniale e significativa da aver lasciato un'impronta decisa e inconfondibile nel XX secolo. Eclettico, progressista (in tema di design) e sempre in cerca di nuove soluzioni, Nelson ha fatto della sfida creativa la sua ragione di vita. Rispondendo ad un solo comandamento: sperimentare. Quasi per assonanza verbale gli anni Cinquanta sono quelli della « Experimental House», la prima casa a misura di fruitore: componibile a proprio piacimento e salva spazio, perché formata da cubi rivestiti con faccette di plexiglas. L'efficienza nella gestione degli spazi è per Nelson una priorità fin dagli anni Quaranta quando l'architetto, anticipando il boom dei consumi, progetta pareti che si rivelano, in realtà, armadi a muro, preziosissimi siti di stoccaggio abiti la cui funzionalità è stata comprovata ( e approvata) nei decenni a seguire. Nelson precorre (arriva a progettare una città senza automobili) e rincorre i tempi. Pensa all'ufficio – è lui il padre delle famose scrivanie a forma di L – quando la vita della gente comune non vi ruota ancora attorno completamente. Eppure lui capisce che, presto o tardi, quel luogo diventerà – ahinoi – croce e delizia dell'esistenza di molti. E allora lo rivoluziona: lo rende più funzionale e dà vita addirittura a un proprio sistema di progettazione, il «Nelson Workspaces».
La vita dell'architetto è un susseguirsi di bozzetti, idee, lezioni, sfide. Condivise con i grandi del mestiere e con quelli che grandi e famosi lo diventeranno più avanti: i nomi che ruotano attorno a quello di Nelson sono Ettore Sottsass e Michael Graves (che collaborarono con lo studio newyorkese Nelson&Company, fondato dal designer nel 1947 e da lui diretto per più di trent'anni), ma anche Ray e Charles Eames , Alexander Girard e Isamu Noguchi con cui Nelson, a tutti gli effetti pioniere del Corporate design, lavora alla Herman Miller. Arguto progettista e attento osservatore di una società in evoluzione, si dice avesse uno spiccato sense of humor. Ma anche un'etica profonda. Che lo portò a individuare come «grande problema del design contemporaneo» quello dei valori. Capisaldi di ogni sua attività, qualsiasi fosse. Perché le altre questioni, sebbene interessanti, erano liquidate come «superficiali».

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