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La villa hitech affacciata sulla notte di Beverly Hills

Il milionario Jim Goldstein vive in un'avveniristica casa progettata da John Lautner, allievo di Frank Lloyd Wright. Una sorta di astronave trapezoidale il cui soffitto in legno apre squarci da sogno sul cielo della metropoli

di Cesare Cunaccia (foto di Massimo Listri)


James F. Goldstein, ma tutti negli States lo chiamano Jim, è un noto businessman multimilionario angeleno. In primo luogo, però, è un "Nba superfan" che assiste a oltre cento partite di basket a stagione, il 95% delle quali disputate dalle due squadre di casa, i Los Angeles Lakers e i Los Angeles Clippers. Viaggia costantemente da città a città, specialmente durante i playoff, affacciandosi sovente alle tumultuose conferenze pre e post gara. Il suo look da tifoso davvero unico e fiammeggiante - colleziona e indossa sempre cappelli da cowboy - lo rende visibile tra il pubblico delle tribune, attirando fatalmente le telecamere e l'attenzione dei media. Figlio del proprietario di un grande magazzino di Milwaukee, Goldstein ha iniziato ad appassionarsi di pallacanestro nel Midwest a soli 10 anni, mentre a 15 era già ingaggiato per tenere le statistiche di gioco dei Milwaukee Hawks.
«La mia vita intera - confessa Goldstein, amico personale di grandi giocatori di ieri e di oggi tra i quali Wilt Chamberlain, Clyde Drexler, Hakeem Olajuwon, Dennis Rodman e Sam Cassell - è dedicata al basket professionistico: ho sempre provato un'attrazione fatale per questa disciplina sportiva. Credo che, sotto il profilo atletico, nel basket sia profuso più impegno agonistico che in qualsiasi altro sport». Mistero fitto sul modo in cui Goldstein sia riuscito a costruire la propria cospicua fortuna, anche se il "Wall Street Journal" indica il mercato immobiliare quale principale campo d'azione e maggiore fonte di reddito. Tipicamente laconica la risposta di Goldstein ai cronisti più invadenti: «Posso solo dirvi che ho fatto alcuni investimenti che hanno funzionato maledettamente bene». E questo è quanto.
Il suo fiore all'occhiello è senz'altro la casa sulle panoramiche scoscese colline di Beverly Hills, avvolte da una ricca vegetazione. Sotto, nella notte metropolitana, splendono i milioni di luci di L.A. santificate da mille film e serial televisivi. "L.A. is my lady": da quassù è proprio il caso di dirlo, parafrasando il mitico Frank Sinatra. La villa, acquistata dall'uomo d'affari nel 1972, è un progetto di John Lautner, architetto nato nel 1911, laureato nel 1933 presso la Northern Michigan University e dal '34, per sei anni, uno dei più talentuosi allievi di Frank Lloyd Wright nel gruppo dei Taliesin West. Lautner la realizza nel 1963 per la famiglia Sheats. Quando ne diviene proprietario Goldstein, l'edificio versa in cattive condizioni di mantenimento e necessita di un restauro complessivo.
Nel 1980, Goldstein ingaggia Lautner per rimodellare alcune parti del progetto originario. Vengono rimpiazzate le finestre e messi in opera nelle strutture aeree della camera da letto padronale avveniristici sistemi vetrari controllati elettronicamente. Soluzioni non certo disponibili all'epoca della prima costruzione della casa. L'amore e l'ostinazione di Goldstein nel rifinire e perfezionare la propria residenza e per la visione architettonica di Lautner dà vita a un rapporto fortissimo tra progettista e cliente, a un supporto finanziario e mecenatizio fondamentale che si protrae fino alla morte di Lautner nel 1994. Un legame stretto di collaborazione e fiducia, che oggi viene continuato da Helena Arahuete, successore di Lautner a capo del cantiere. «Volevo soltanto riportare la casa allo stato esatto che John avrebbe voluto fosse raggiunto e introdurre una frontiera tecnologica che non era nemmeno pensabile trent'anni orsono», osserva Jim, senza dubbio il maggiore committente e patrono della fase estrema della carriera di Lautner, al quale nel 1987 ha affidato l'intervento di re-design degli interni del suo ufficio, al ventesimo piano di un grattacielo affacciato sul Santa Monica Boulevard, nell'area di Century City a Los Angeles. Un incarico che, secondo lo scrittore Alan Hess, ha fornito a Lautner l'occasione di creare «un'opera d'arte unica».

La casa Sheats-Goldstein, una specie di astronave di sagoma futuribile misteriosamente planata sulle alture di Los Angeles, si presenta come un cristallo puntuto e lucente che d'un tratto, sconcertante, emerge dal fitto manto verde del retroterra angeleno. La facciata si presenta sul lato ovest con un vasto e scenografico tetto trapezoidale che, digradando fino a incontrare il terreno, copre parzialmente la piscina a sfioro d'acqua: un'audace vela di cemento armato irrobustita da catene di setti triangolari di forte espressività plastica. Geometrie, soluzioni formali, colori e materiali, organizzazione e distribuzione spaziale ricordano l'imprinting organico di Wright, il maestro di Lautner. Ma ne articolano ed evolvono i concetti e le attuazioni in senso decostruttivista, smontando quasi la volumetria complessiva con tagli drammatici, caratterizzandola con il tema dell'angolo, il simbolo più autentico e vibrante dell'intero concept. La volta celeste entra orizzontalmente e zenitalmente attraverso le immense vetrate automatizzate che si frammentano in mille scorci inattesi, in nicchie, scomparti, diagonali, percorsi sorprendenti che, senza alcuna soluzione di continuità, articolano gli interni come si trattasse di una specie di cittadella, di modulo lunare.
L'aggiunta più recente è stata un'installazione luminosa dell'artista minimalista James Turrell, in una struttura appositamente prevista, posizionata in basso rispetto al corpo principale della residenza e ribattezzata come "skyspace" o "skybox". «Il "London Telegraph" - commenta sornione Goldstein - l'ha descritta come una tana hi-tech perfettamente congegnata per un diabolico supermalvagio dei film di James Bond. Quello che davvero mi colpisce nell'opera di Lautner è che fa riferimento al movimento di architettura organica e cerca di mettere in relazione l'uomo, quale fruitore di architettura, con l'ambiente che lo circonda e il medesimo ambiente con la natura. Nei suoi lavori è immediatamente riscontrabile l'influsso della formazione avuta con Frank Lloyd Wright. In particolare, però, Lautner si prefigge di coniugare la ricerca di innovazioni tecniche, la gestione dei materiali, la versatilità della forma, mai tralasciando l'attenzione alla funzionalità».
Così il living della villa miscela natura e artificio. Il legno si accosta armoniosamente al cemento, l'interno colloquia in osmosi con l'esterno. I lacunari in cemento del soffitto accolgono gli spot dell'illuminazione, gli arredi con basi in cemento sono su design di Lautner. Il soffitto si piega come un origami minimalista fino a incontrare i pilastri. Qui si può vedere la collezione di cappelli del padrone di casa, una delle sue tante raccolte. Le numerose opere d'arte assumono un potente impatto sulle lastre in cemento gettato alle pareti, utilizzate come si trattasse di una tradizionale boiserie lignea. La cucina spazia con la vista sulla vegetazione circostante mentre il soffitto in doghe di legno all'occorrenza si apre con un meccanismo telecomandato per lasciare entrare il terso cielo californiano. La struttura si protende verso il vuoto, isolando angoli panoramici mozzafiato. Ogni singolo elemento, ogni dettaglio dell'edificio riassume in sé un aspetto scultoreo. Lautner interpreta l'architettura soprattutto come immagine. Ogni cosa suggerisce una maniera di abitare grandiosa, epica, secondo la migliore cifra hollywoodiana. Gli ambienti vengono pensati in modo innovativo, nella stessa ottica dei materiali, impiegati per ottenere morfologie edilizie e di segno spettacolari, capaci di affascinare le stelle della musica, i produttori degli studios e i grandi fotografi di moda.
Non è certo un caso che le sue invenzioni progettuali siano sovente scelte quali suggestive location per servizi fotografici anche di moda e videogiochi, come "Full Throttle" della Lucas Arts. O addirittura come set cinematografico e televisivo: la casa Sheats-Goldstein è stata impiegata molte volte nella fortunata serie tv e nel film "Charlie's Angels", oltre che ne "Il grande Lebowski" di Joel Coen. Tra le altre, anche la residenza Reiner-Burchill, eretta a Silver Lake nel 1956 da Lautner per il primo e forse più congeniale e sperimentale dei suoi committenti, Kenneth Reiner, è stata scelta dalla star delle star Madonna quale set per un suo videoclip.

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