case da sogno

Un puzzle di pietre per Villa Alessi

Su House24 in edicola, l'opera mosaico dell'architetto Aldo Rossi

Testo di Lavinia Capritti - Foto di Molteni & Motta

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5.0
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Tags: Stefano Alessi, Premio Pritzker



Stefano Alessi si infila il maglione rosa salmone che tiene sulle spalle. L'aria è fresca e le onde del lago Maggiore sbattono senza tregua contro il giardino della villa. Sulla sponda di fronte, si stagliano Baveno e Stresa. L'isola Madre appare netta nei suoi contorni, l'isola Bella e l'isola dei Pescatori, appiattite contro la terraferma, quasi invisibili. La moglie di Stefano, Alessandra, è bionda e di una bellezza serena. Indossa un abito deliziosamente retrò: un fiocco vezzoso le incornicia il collo. «Vogliamo entrare?», propone con gentilezza.
Ma il marito prende tempo: «Restiamo fuori ancora un po': per goderci l'architettura della villa e per respirare l'atmosfera». Suna di Verbania, le tre del pomeriggio: il pellegrinaggio a Villa Alessi è appena iniziato. C'è chi preferisce chiamarla in un altro modo: Villa Rossi. Da Aldo Rossi, architetto. Grande architetto, vincitore del Premio Pritzker nel 1990. Appassionato di mineralogia e chimica, le materie predilette dai tempi del Politecnico. Di queste sue passioni scrivono i libri a lui dedicati, ma è sufficiente guardare il prospetto della villa per capirlo.
Quasi sei anni di lavori, quattro piani, dodici colonne di cotto rosa tortora alla maniera di Jaipur, 90 colonnine per i balconi destinate a formare un raffinato quanto ritmato merletto. I minerali, dunque, amati dall'architetto: granito di Montorfano, beola, granito verde di Mergozzo, il cotto dominante, le pietre di scagliola per uno dei pochissimi progetti di dimora privata firmati da Rossi.

Alessi, 46 anni, amministratore delegato dell'azienda di famiglia (con delega industriale), rimane alle mie spalle, in silenzio: lo esige l'imponente struttura. La facciata è un intricato puzzle di pietre, fittamente incastrate l'una sopra l'altra, in un ordine solo apparentemente casuale. Un attimo, poi l'imprenditore si lancia nell'attesa spiegazione: «La muratura a scaglie di pietra è tipica di questa zona. Si chiama a scagliola, non a caso. Pensi che la realizzavano i muratori: con gli scarti abbandonati nei cantieri, risistemavano le loro abitazioni». Poco più tardi sarà la moglie Alessandra, 42 anni, a tornare sul tema, offrendo tè e pasticcini: «Un tempo i muri a scagliola rappresentavano il metodo economico e grezzo per costruire una casa, adesso è diventato un mosaico, un lusso». Già. È il 1989 quando Stefano chiede all'architetto Rossi, con la collaborazione di Massimo Scheurer, di ristrutturare un'anonima villa anni '50, ma con superba vista lago. Il nome dell'architetto glielo consiglia il cugino Alberto, quello che Stefano definisce «colui che ebbe l'idea di applicare il design agli oggetti quotidiani». Stefano è nato a Omegna, sul lago d'Orta ("luogo bellissimo", lo definisce), Aldo Rossi ha trascorso l'infanzia sul lago di Como. Quando si incontrano per progettare la villa - «era una persona gentilissima», ricorda ora - si trovano d'accordo su quasi tutto. Quasi. «Mi immaginavo - spiega Alessi dirigendosi verso la darsena, dove c'è ancora un pedalò giallo e consunto, regalo di nozze per la coppia il 19 luglio 1995 - che la villa avrebbe avuto un'enorme vetrata, senza colonne sproporzionate rispetto all'ampiezza dei balconi. Poi, però, l'architetto mi ha spiegato il senso delle colonne massicce e delle vetrate piccole: il lago e il paesaggio sarebbero apparsi come un quadro con cornice. L'ho ascoltato e non me ne sono pentito, naturalmente».
«Prego», fa adesso Alessi, cedendo il passo all'ingresso della villa. Piano terra: mobili in vimini e cinque capannine (nel lato garage) disegnate da Aldo Rossi, che richiamano, nelle geometriche linee, bianche e nere o rose e celeste, i bagni della Versilia. Nelle stanze, dominano le fotografie: del padre di Stefano con Salvador Dalì; di Lorenzo, uno dei figli di Stefano e Alessandra; dello stesso Stefano bambino, viso a tre quarti e polo con colletto stiratissimo. Su una parete, la fotografia in bianco e nero dei designer che hanno contribuito a rendere famoso il marchio Alessi nel mondo: davanti alle alte finestre della fabbrica, posano spalvaldi e in tuta da operai Achille Castiglioni, Alessandro Mendini, Aldo Rossi, Enzo Mari. Da una sedia poco distante li guarda Alberto Alessi. Sembrano simili ai quattro moschettieri di Dumas.

La visita alla villa non segue il tradizionale ordine: ingresso, zona di passaggio, soggiorno, camere e bagni. La casa Alessi la si può ammirare per percorsi diversi, così vedremo per ultimo l'ingresso con i suoi cento vasi di porcellana, impreziositi da un contenitore rosso-Cina. Lasciati alle spalle i designer, si procede verso il primo piano, dove Alessandra ha sistemato su tovagliette di un candido bianco chiccose porcellane per il tè delle cinque. Qui, gli arredi disegnati da Aldo Rossi s'impongono definitivamente: tavolo, sedie, la cucina, una pentola quadrata d'alluminio e un orologio che ha il bordo in ciliegio (e non di acciaio come da richiesta specifica dell'imprenditore) sono stati disegnati da Rossi. L'architettura simil-shaker si mescola con assoluta naturalezza con le squadrate caffettiere azzurro neon e nero pece, disegnate sempre da Rossi per Alessi ma mai andate in produzione, e anche con le caffettiere di Richard Sapper, il cavatappi Anna G. di Mendini o il portafrutta Fruit Mama di Giovannoni. Perfino il caminetto-scultura è impreziosito dai prodotti Alessi in scala mignon.
Alessandra guarda il tappeto egiziano che copre appena la distesa del pavimento in beola. Sospira: «Arredare questa villa non è stato semplice, anche solo comprare questo tappeto è stato complicato: doveva possedere le tonalità gialle e rosa, perché sono i colori della villa, avere motivi floreali perché piacciono a me e geometrici perché piacciono a Stefano. Quando l'abbiamo trovato, ci è sembrato un dono». Pausa e ulteriore spiegazione: «Aldo Rossi ha disegnato per la casa pochissimi mobili, che però hanno caratterizzato l'intera casa e noi ci siamo felicemente adeguati». Dalla vetrinetta, Stefano Alessi prende alcune tazzine: «Sono della concorrenza: Rosenthal. Vede qui?» e mostra il decoro delle tazzine. «L'architetto si è ispirato alla balaustra della nostra villa. Mi ha fatto piacere», aggiunge con un sorriso.
È Alessandra ad accompagnarmi alle camere da letto e Infine, in questo percorso al contrario, all'ingresso della villa. Lì hanno trovato il loro spazio un vaso in silicone bianco e il faro di una Bugatti, trasformato in lampada. Due mori di Caltagirone sorvegliano i cento vasi della collezione Alessi. Che Alessandra ha voluto fortissimamente al posto della consolle che, solitamente, arreda gli ingressi. Ogni vaso è stato dipinto da un artista diverso. La collezione fa parte di un progetto Alessi, "100%-make up", ed è stata ideata da Alessandro Mendini: ci sono le mani di Riccardo Dalisi, le geometrie di Brian Eno, le foglie di Michael Graves, la moderna coppia di Guillermo Tejeda, una delizia per gli occhi. Scrisse all'epoca Alberto Alessi: «Vennero da me e fecero questa obiezione: perché vendere allo stesso prezzo un grande pittore come Walter De Maria, presente nei musei di mezzo mondo, e un indigeno africano che passa la vita a dipingere le capanne del suo villaggio e nessuno sa chi è? Caro dottor Alessi mi dia retta, lasci perdere, questa operazione è impossibile!». Ebbene, l'operazione fu fatta, con soddisfazione: cento vasi per 10mila pezzi. Una delle collezioni, ora, è a villa Rossi.

da House24 in edicola

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