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È raggiante Mann Singh: con i suoi 31 anni, il suo turbante rosso vivo, la folta barba, la borsa militare a tracolla e il suo diploma in design dell'arredamento ottenuto al National institute of design di Ahmedabad in India, incarna già nell'aspetto quella felice combinazione di modernità e tradizione che è il tratto più originale del suo lavoro. Al Salone del Mobile di Milano Singh ha presentato "Shalemar", la sua prima collezione realizzata per Driade e composta da ceste e ciotole in metallo, tutte fatte a mano. «Ogni pezzo è unico – spiega – ed è prodotto in serie seguendo tecniche molto diverse, come il sand-cast (che consiste nel colare il materiale nella sabbia modellata al negativo, ndr)». Partecipare al Salone del mobile, per lui, è un sogno che si concretizza: «È la seconda volta che vengo a Milano, ma non ero mai stato alla fiera e per me è emozionante poter vedere dal vivo gli oggetti di designer che ho sempre ammirato, ma che conoscevo soltanto attraverso le fotografie dei loro lavori». Racconta di aver iniziato a lavorare per Driade "per caso" quando, un paio di anni fa, il fondatore Enrico Astori lo conobbe a Delhi, dove ha il suo studio di design, e gli propose di lavorare assieme. Nacque così un rapporto che, dice l'amministratore delegato di Driade Elisa Astori, «consolida il nostro impegno alla ricerca di nuovi talenti e nuovi stimoli in tutti i continenti. In un mondo globalizzato, la novità che proponiamo è riscoprire le tradizioni e le culture manifatturiere di Paesi che non sono solo luoghi della produzione, ma anche della creatività». E alla tradizione indiana e alle architetture orientali si rifanno, ad esempio, i materiali e i motivi floreali scelti da Mann Singh per la sua collezione: «In realtà è difficile parlare di una tradizione indiana – precisa il giovane designer – perché l'India è un Paese vastissimo, ricco di culture, lingue, cibi e mentalità anche molto differenti. Ma io ho viaggiato a lungo per il Paese, dato che mio padre era nell'esercito, perciò sono venuto in contatto con tante culture diverse a cui spesso attingo per dare vita ai miei progetti». Singh segue un metodo di lavoro tutto suo: «Non faccio mai un disegno iniziale: comincio subito realizzando il prototipo a mano, in cera o argilla, perché solo lavorando si può comprendere il processo creativo e dunque sviluppare un'idea». Alla base della sua spirazione sono la natura e le forme geometriche: «Mi piace capire e sviluppare la struttura delle cose. Mi diverte: e senza divertimento non sarebbe possibile fare questo mestiere». Tra i suoi maestri cita designer che hanno sempre fatto del metodo artigianale la loro peculiarità, come George Nakashima, Hans J. Wegner o Charles Eames. E ama lavorare in India: «È un Paese pieno di energia, di ottimismo e di nuove idee».
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