intervista

La nuova Londra
di Renzo Piano

Nel quartiere di St Giles, sfilacciato e stanco, arrivano i colori e le forme dell'architetto genovese

di Edwin Heathcote



Se arrivate all'ufficio di Renzo Piano venendo dalla Senna, vi sembrerà un ingresso di palazzo borghese come tanti altri: una semplice targhetta, un corridoio, un campanello, una porta di metallo. Se arrivate da nord, però, capirete immediatamente perché sulla targa non c'è scritto «Renzo Piano Architect», ma «Renzo Piano Building Workshop».
Il maestoso negozio di modellini funge da vetrina, evocando la città di artigiani che era un tempo Parigi, con gli accuratissimi edifici in miniatura che emergono da cumuli di cartone e pezzi di legno, pareti di utensili disposti con bellissimo effetto visivo e proiezioni di giganteschi spezzoni nuovi di città di tutto il mondo. Tra i colori neutrali, occhieggiano qua e là sprazzi di tonalità fruttate: rosso fiammante, arancio intenso, giallo limone, verde limetta.
Un'occhiata al Centre Pompidou, fuori dall'ufficio, rivela alcuni di questi stessi colori brillanti, applicati alla struttura di un edificio progettato più di 30 anni fa da un giovane Richard Rogers e da Renzo Piano. Questi nuovi sprazzi di colore, però, sono destinati a Londra. Nel fuligginoso hinterland dietro Centrepoint, dopo l'estremità settentrionale di Charing Cross Road, le ruspe stanno scavando un buco delle dimensioni di un isolato, che sarà riempito da un nuovo, colossale edificio di Renzo Piano, il primo che abbia mai progettato nella capitale inglese, anche se gli acuminati modellini piramidali sparsi per l'atelier sono lì a ricordarci che non sarà l'unico grosso intervento che farà a Londra.

Central St Giles, un complesso edilizio a destinazione mista, prende il nome da un quartiere del centro di Londra con una storia turbolenta. Luogo di una povertà e un sovraffollamento terrificanti, zona di forche, di catapecchie e della miseria etilica raffigurate nel Vicolo del gin, la celebre incisione di William Hogarth, l'area rimane risolutamente dissoluta, calamita per gli itineranti e gli inebriati. I suoi problemi sono aggravati dalla sfilacciata incoerenza dello spazio urbano sotto e intorno a Centrepoint, e il nuovo progetto affidato a Renzo Piano comincia ad affrontare i problemi che ruotano a queste stradine singolarmente malriuscite. La nuova struttura sostituirà un arcigno edificio di mattoni che un tempo ospitava un ufficio dei servizi segreti. È un progetto ad alta densità che include oltre 37.000 metri quadri di uffici, 11 unità commerciali e ristoranti, 109 appartamenti (la metà dei quali saranno riservati a prezzi agevolati per i dipendenti pubblici) e una piazza che occuperà più di un quarto dell'area. Con una ragnatela di percorsi che attraversano il sito, l'edificio si propone anche di diventare la base su cui reinventare tutto il quartiere.
Renzo Piano ha costruito la sua reputazione con una serie di edifici aggraziati e sofisticati, progettati per conto di istituzioni artistiche di ogni parte del mondo, dalla limpidezza della Fondazione Beyeler in Svizzera e della Menil Collection di Houston alla complessità della Morgan Library di New York e al minimalismo dello High Museum di Atlanta, per non parlare del Centre Pompidou che sta qui dietro. Piano è diventato il beniamino dei consigli di amministrazione delle istituzioni artistiche, un affidabile risolutore di problemi. Non è il primo nome che sarebbe venuto in mente a St Giles: l'eleganza artigianale dei suoi lavori poteva apparire un po' fuori posto in questo crudo ritaglio di città. Ma col suo lavoro alla Potsdamer Platz di Berlino e con lo stesso Centre Pompidou, l'architetto genovese ha dimostrato di essere perfettamente in grado di gestire interventi in ambienti urbani carichi di sfumature e contaminazioni storiche.

Mentre ce ne stiamo seduti nel seminterrato del suo ufficio parigino (il suo studio principale è a Genova), chiedo a Renzo Piano com'è riuscito, se c'è riuscito, a tenere conto di una storia tanto fitta in un moderno edificio commerciale. «Questo è tutto medievale», risponde lui agitando le braccia sopra una grossa pianta del sito. Poi si lancia in una lezione affascinante e articolata: per un'ora quasi non avrò bisogno di fargli altre domande. «La complessità è lo spirito di un frammento di una città che è cresciuto come elemento organico del tessuto», continua. «Quando si lavora nel centro storico di una città, non ci si dovrebbe preoccupare della mancanza di libertà, si dovrebbe essere grati delle restrizioni imposte. La creatività non ha bisogno di libertà, ha bisogno di regole: poi occasionalmente può essere piacevole violarle, queste regole. Io mi trovo in difficoltà quando si tratta di costruire in uno spazio aperto. Sono un grande camminatore, la prima cosa che faccio è camminare per il sito, non bisognerebbe fare nulla senza aver prima camminato sul posto».
Renzo Piano – alto, snello, con la barba – mi ricorda vagamente un prete. Ha una sicurezza calma e leggera, ma anche una sorta di fede evangelica in quello che fa. Gli chiedo dello spirito del luogo, come si comincia a fabbricare uno spazio nuovo, un luogo dotato di personalità che si sviluppi partendo dal sito invece di imporsi a esso.
«Innanzitutto teniamo conto della topografia del sito, della complessità geografica del luogo», dice. «Stiamo lavorando su una scala diversa rispetto a quella del tessuto medievale, perciò spezzettiamo l'edificio in una serie di sfaccettature. Teniamo conto del movimento del sole» – tiene il dito in aria e mi fissa – «questo è molto importante: l'ombra e la luce, l'orientamento, la trasparenza sulla strada. L'edificio vola al di sopra del sito su cui sorge, appoggiato su una base di vetro. Mi piace quest'idea che l'edificio non prende possesso della terra in modo egoistico ma dialoga con le strade. È un modo di fare le cose europeo, questo».
Gli accenno di aver visitato recentemente il nuovo grattacielo che ha progettato per la sede del New York Times e gli dico che qui a Londra mi sembra che stia facendo qualcosa di simile, rendendo l'ingresso pubblico e trasparente, creando percorsi pubblici coperti attraverso una città in cui l'ambito pubblico e quello privato di solito sono fortemente differenziati. «A New York, dopo l'11 settembre c'era la tentazione di fabbricare tutto come una fortezza, solida e chiusa. Ma abbiano scoperto che la trasparenza è più sicura dell'opacità, perché tutti possono vedere che cosa succede».
Questo, dice Piano, è l'approccio che ha adottato con St Giles. «L'edificio non tocca il suolo. Un edificio in una città intensa non dovrebbe occupare interamente il terreno, è come sfidare la gravità. L'essenza delle città è in questa piccola magia. Uno spazio urbano è uno spazio rituale per la città, dove le persone hanno la possibilità di sbarazzarsi delle differenze, nel migliore dei casi scompare perfino la paura stessa…
«Quest'idea di volare sopra il sito non è decorativa, serve ad accelerare il rituale. Siamo nel centro della città e la gente può camminare per il sito, attraversarlo, ora che l'edificio è stato sollevato, è diventato permeabile. Non è solo una trasparenza psicologica, una vetrina di un negozio, è qualcosa di fisico».

Ancora più della trasparenza, la caratteristica principale dell'edificio è il fatto di essere spezzettato in una serie di facciate a colori vivaci. Renzo Piano ha descritto l'edificio come una mela, colorata e luccicante all'esterno, bianca e friabile all'interno. Gli dico che arrivando a piedi lungo Denmark Street, la via dei negozi di chitarre a Londra, non ho potuto fare a meno di collegare i colori sgargianti degli strumenti elettrici e le nuove facciate dell'edificio che sorgerà a St Giles.
Piano sorride: «Ha ragione. Il colore viene dall'osservazione delle stradine intorno al sito, i frammenti di colori vivaci. La scala ovviamente è diversa, ma abbiamo preso il colore da questa presenza repentina di vitalità in quella parte della città: non è grigia come potrebbe pensare. Il colore aggiunge sorpresa, aiuta la frammentazione, non sono del parere che le città debbano essere noiose. Le città sono una specie di miracolo perché sono piene di sorprese, il colore è l'umorismo e la magia».
Gli chiedo del processo di progettazione, dei modellini, di come crea un'opera. «L'ufficio qui lo chiamiamo un workshop, cioè una bottega, un laboratorio. Mio padre era un costruttore edile e io sono cresciuto nei cantieri, e non ho mai abbandonato quell'idea di mestiere artigiano, di fabbricare un edificio migliore», dice. «Senza il mestiere, possiamo fare solo dei simulacri. Le facciate colorate sono in ceramica, un materiale che viene dalla terra e che ritornerà alla terra. L'ho guardato e me ne sono innamorato. Il colore è reale. Solo nelle facciate gialle ci sono 2.000 pezzi e ogni pezzo ha le sue dimensioni».

Mentre parliamo, Renzo Piano comincia a spostare il discorso sullo stato dell'architettura in generale. «Oggi gli architetti sono ossessionati dall'apparenza e dalla forma, tutti sono ossessionati dall'invenzione», dice. «Realizzare una forma nuova non è difficile, ma una forma nuova che abbia un senso è un altro discorso. La tecnologia informatica rende molto facile creare assurdità. Basta premere un pulsante e… esce fuori», dice Piano gesticolando forsennatamente, disegnando con le mani forme insensate. «Io credo nell'invenzione ma odio l'idea dello stile», aggiunge, «l'idea che gli architetti possano creare uno stile inconfondibilmente loro, la ripetizione delle proprie forme, è qui che si finisce col perdere la propria libertà».
Quasi sempre, ormai, una conversazione con un architetto finisce con l'inevitabile dichiarazione sgrava-coscienza, il pistolotto sulla sostenibilità. Renzo Piano è più raffinato della media, inserendolo in un contesto storico e culturale più generale. Parla dei giardini pensili e delle terrazze che spezzano in strati l'edificio di St Giles, poi dice: «Se l'architettura del XIX secolo era definita dalle costruzioni in metallo, il Crystal Palace e tutto il resto, e quella del XX secolo dalla rimozione modernista delle decorazioni e dalle superfici nitide e pulite, il tema centrale dell'architettura del XXI secolo dovrà essere l'umanesimo, la presa di coscienza che stiamo costruendo edifici in un mondo fragile. La sostenibilità non ha a che fare solo con l'energia, ma con tutto quanto, con la città».
Per capirlo non basta darsi da fare con le mani, bisogna darsi da fare anche coi piedi. «Come ho detto, sono un grande camminatore. Probabilmente conosco ogni singola pietra del selciato tra il mio appartamento e il mio ufficio. La parte più bella di una città è la pietra. I particolari nell'architettura hanno un'importanza enorme e il disegno del selciato è importante quanto l'edificio. La ragione per cui amiamo tanto i centri storici è che non sono progettati, ma sono costruiti su un milione di storie».
Con le scavatrici al lavoro a St Giles, la prossima storia sta cominciando.

© | The Financial Times Limited [2008]. All rights Reserved
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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